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Addio a Schlesinger jr. , il liberal che tenne a battesimo il centro-sinistra italiano

di Mario Margiocco

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1° marzo 2007

Alcuni dei suoi venti e più libri restano un punto fermo per chi voglia capire gli Stati Uniti dell’800 (la presidenza Jackson) e più ancora del 900: Franklin Roosevelt; John e Robert Kennedy trattati, questa l’accusa, con mano di velluto; e l’intera vicenda del partito democratico, dagli anni della seconda guerra mondale a oggi. Ma, New Dealer fino alla morte ieri a 89 anni per un attacco cardiaco a New York e liberal impenitente anche quando da Reagan in poi esserlo non è stato più à la page, Arthur M. Schlesinger Jr era assai più di uno storico. La sua è una figura centrale del liberalism americano, corrente politica e scuola di idee che Schlesinger ha contribuito a definire e a spiegare come pochi altri. E una personalità essenziale per capire gli Stati Uniti dagli anni ’40 agli anni ’80.
La vicenda di Schlesinger Jr. è quasi un naturale sviluppo di quella di Schlesinger senior, suo padre e pure lui storico di professione, arrivato ad Harvard nel 1924 quando i professori progressisti si contavano in quella scuola sulle dita di una mano, e i professori in genere non contavano un granché, passata la breve stagione di Woodrow Wilson, nell’America in genere. Il giovane Schlesinger, precocissimo, si trovò così a vivere in una cerchia ristretta e a crescere, una volta arrivato il New Deal, insieme all’America moderna, delle idee, dei tentativi azzardati, dei grandi progetti.
Il ruolo chiave come figura pubblica il giovane Schlesinger lo giocò tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in un’ampia operazione cultural-politica di cui fu uno dei massimi protagonisti e di cui coniò la parola centrale, il vital center, dal titolo di un suo libro-pamphlet del 1949 (The Vital Center: The Politcs of Freedom). I suoi avversari non sempre gliene hanno dato atto, preferendo più tardi ironizzare un poco sulla sua figura stempiata e il perenne nodo a farfalla che ne fecero il prototipo, come dicevano loro, della “testa d’uovo”. Ma quello messo su carta ne The Vital center è stato il ritmo al quale ha ballato gran parte della società americana, progressisti e conservatori, democratici e repubblicani, almeno fino alla metà degli anni Settanta. L’America del primo dopoguerra era infatti un Paese diviso, estremamente conservatore fra i repubblicani (e anche fra molti democratici,) e soprattutto dal '47-'48 totalmente anticomunista a destra. Tra le file democratiche invece non mancavano vari livelli di attesa e attenzione su come l’Urss avrebbe potuto evolvere. L’operazione dell’Ada (Americans for Democratic Action), di cui Schlesinger fu fondatore nel ’47 insieme fra gli altri a John Kenneth Galbraith, consistette nell’alzare anche fra i liberal e con notevole successo la bandiera dell’anticomunismo (decisiva l’azione dell’Ada per combattere la presenza comunista nel sindacato Usa), chiedendo in cambio ai repubblicani e ai democratici più conservatori di accettare la politica economica del New Deal, e del Fair Deal del non troppo amato Truman (gennaio ’49), che ampliava le misure economiche a vantaggio dei più deboli e introduceva pienamente la lotta alla discriminazione razziale, altro punto qualificante dell’Ada. Il compromesso funzionò, resse l’asse della politica americana anche negli anni di Eisenhower, contribuì alla sconfitta del maccartismo, dominò la politica americana fino a Nixon, suo malgrado, e viene invocato ancora oggi come modello sempre attuale. Poi venne Reagan.
L’altra stagione cruciale per Schlesinger fu quella, breve, dei Kennedy, di cui sarà lo storico con il suo “I mille giorni”. Arrivò fra gli ultimi, nella confusione dell’insediamento, alla Casa Bianca, e gli toccò nel seminterrato la stanza n.100. E come dossier, l’ampliamento alla sinistra democratica delle maggioranze centriste in Italia, e se funzionava lì, in America latina. Se Kennedy fu fra i patroni internazionali del centro-sinistra italiano, Schlesinger Jr. fu il suo Maometto. La logica era quella definita chiaramente da Averell Harriman, che dopo un viaggio a Roma nel marzo ’61 aveva sentenziato: «L’economia va bene, le condizioni sociali però non migliorano, quindi c’è qualcosa che non funziona con la politica». Da qui l’appoggio al centro-sinistra.
Negli anni ’80, come molti altri liberals, Schlesinger cedeva la prima linea ai conservatori e poi ai neoconservatori. Ha insegnato alla City University of New York, e scritto in quegli anni libri che restano fondamentali: i saggi raccolti in “Cycles of American history” (1986), dove riprende la - contestata- teoria paterna dei cicli politici, restano il compendio forse migliore per chi voglia approfondire un poco la realtà americana del ‘900. Scriveva, e lo fece per altri 25 anni, il controcanto nella pagina degli open-ed del conservatore Wall Street Journal. E aspettava di vedere, ha fatto in tempo a scorgerne l’inizio, la fine della stagione dei conservatori reaganiani.

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