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I possibili antidoti alla crisi Usa

di Alessandro Merli

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18 gennaio 2008

Nel giro di otto giorni il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha inviato due segnali inequivocabili della gravità della situazione dell'economia americana: la settimana scorsa si è dichiarato pronto a tagliare i tassi d'interesse «in modo aggressivo»; ieri ha espresso il suo appoggio a un pacchetto di stimolo fiscale messo in atto «in tempi rapidi». Quest'ultimo è apparso come un riconoscimento che la politica monetaria non può farcela da sola, conclusione cui erano già arrivati molti economisti indipendenti, a partire dall'ex segretario al Tesoro, Larry Summers.
Senza usare "la parola con la erre", Bernanke ha implicitamente ammesso quello che molti analisti indipendenti ritengono ormai inevitabile: una recessione dell'economia Usa. Il dibattito è semmai sulla durata e sulla gravità di questo episodio. L'opinione prevalente è che possa trattarsi di una recessione relativamente breve, di un paio di trimestri, che lasci spazio ai primi segni di ripresa già alla fine di quest'anno. Su questa linea potrebbe orientarsi il Fondo monetario, che la prossima settimana pubblicherà le sue previsioni e che ha già ammesso di dover rivedere al ribasso quelle troppo ottimistiche diffuse non più tardi dell'ottobre scorso. Fra gli economisti dei mercati finanziari - sotto shock per l'ondata di perdite che ha investito le banche per cui lavorano - l'umore è in genere assai più nero. E le ultime sedute di Wall Street - particolarmente quella di ieri - lo hanno ulteriormente peggiorato.
Un interrogativo non meno rilevante riguarda d'altronde l'economia mondiale: se e come questa riuscirà a sfuggire all'impatto di una recessione in America, e come. I rischi sono anche qui al ribasso, anche se una crescita che, pur ridimensionata, dovrebbe comunque avvicinarsi al 4%, «resta pur sempre rispettabile, anche se sui mercati c'è un clima da giorno del giudizio», come diceva ieri a Milano a una folta platea di investitori, l'economista di Goldman Sachs, Binit Patel. La stessa Goldman si è convertita di recente alla tesi che la recessione Usa è in arrivo, anzi, è già iniziata.
La grande ciambella di salvataggio dell'economia mondiale dovrebbero essere i Paesi emergenti, a partire dai Bric (Brasile, Russia, India, Cina). Lo scorso anno sono stati loro a fornire fra un terzo e la metà della crescita globale, a seconda delle stime.
La loro domanda per consumi ha doppiato già nel 2007 quella americana, giudicata a lungo il traino irrinunciabile del resto del mondo. Tuttavia, proprio per questo, mentre gli occhi di tutti sono concentrati sugli Stati Uniti e sulla politica economica americana, ci si è dimenticati dei dilemmi cui si trovano di fronte i policy-maker cinesi, assai meno collaudati. Quale sarebbe il costo di un errore di politica economica in Cina? Le autorità sono preoccupate del surriscaldamento dell'attività e del balzo dell'inflazione, mentre la crescita sta rallentando (seppure da livelli astronomici) e la frenata Usa contribuirà a questo. Anche per prevenire eventuali rigurgiti protezionisti da un'America in recessione, Pechino sembra essersi finalmente convinta a lasciar rivalutare il cambio più rapidamente, mossa auspicata da tempo ma le cui conseguenze non sono affatto chiare. Siamo abituati a vedere la Cina come un grande esportatore (ormai il primo del mondo davanti alla Germania), ma oggi è anche uno dei mercati che crescono di più sia per l'export giapponese sia per quello tedesco: cosa succederebbe in questi Paesi nell'ipotesi, per ora remota, di una virata troppo brusca del super-tanker cinese?
L'altra incognita sulla possibilità dell'economia mondiale di dribblare la recessione americana riguarda lo stato di salute delle banche, che stanno già imponendo una restrizione significativa al credito. E le banche sono sottoposte in questo momento a tre pressioni concomitanti: la difficoltà a finanziarsi a breve (nonostante l'azione delle Banche centrali), il problema di puntellare il proprio capitale, la continua paralisi del mercato delle cartolarizzazioni. Di questi nodi per ora è difficile ipotizzare la soluzione. Finchè non succederà, le banche saranno costrette a ridimensionarsi e a limitare quantità e condizioni del credito, il che non può non ripercuotersi sull'attività delle imprese.
Bernanke, insomma, non è l'unico policy-maker ad avere di che preoccuparsi.

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