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Meno norme e interventi pragmatici

di Renato Ruffini

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26 Maggio 2008

È ormai da tempo che in tema di pubblico impiego spira un venticello simile a quello che si sentiva all'inizio degli anni Novanta. Allora come oggi, seppure per motivi diversi, il governo del lavoro pubblico aveva assunto dei livelli di assurdità tali che, prima ancora di stancare i cittadini, stancava chi nelle pubbliche amministrazioni lavorava.
Ma oggi, dopo 16 anni di tentativi e molte frustrazioni, il lavoro di riforma è più difficile, non servono grandi visioni e tante parole, ma pragmatismo e lavoro sul campo. Paradossalmente occorre una "riformina" (come ha detto il neo-ministro Brunetta), per correggere ciò che c'è già. Per vari motivi.
- L'impianto della "privatizzazione" non può essere messo in discussione. La ricerca dell'efficienza operativa attraverso l'attribuzione dei poteri datoriali e la prassi della distinzione dei poteri e dell'orientamento al risultato nell'azione amministrativa sono aspetti che non hanno alternative per una Pa moderna. Ormai non si può tornare al regime pubblicistico: occorre aggiustare e costruire con pragmatismo.
- L'abuso fatto dello strumento normativo. Ciò che ha rovinato la riforma è stata la prassi di costante revisione dei testi con ri-riforme e incomprensibili Finanziarie. Hanno frastornato gli enti e creato conflitti interistituzionali (tra enti vigilanti e con le amministrazioni) contribuendo a creare un clima di sfiducia e rassegnazione. Un nuovo intervento legislativo va di conseguenza pensato in chiave di chiarimento e semplificazione, togliendo invece che aggiungendo norme.
- Infine, molti enti sono sicuramente cresciuti dal punto di vista gestionale in questi 15 anni e va consolidato l'apprendimento fatto. Non con leggi, ma con nuovi o rinnovati soggetti in grado di incentivare il cambiamento o supportarlo facendo assistenza agli enti.
La riformina è un'occasione che va presa al volo per gestire un processo di cambiamento secondo linee ormai chiare a tutti. Occorre recuperare lo spirito del '92, dove la centratura era più sul datore di lavoro che non sulla contrattazione. Se la dirigenza oggi è l'anello debole della catena essa va supportata e non denigrata, magari togliendo di torno l'alibi dello spoil system. Vanno introdotti strumenti che consentano di mettere in moto il mercato interno del lavoro pubblico, oggi bloccato, ripensando mobilità e accessi per tutto il personale.
Un secondo aspetto su cui occorre operare è il sistema contrattuale. Oltre alla valutazione del ruolo dell'Aran, c'è da riflettere sulla sostanziale obbligatorietà della contrattazione di secondo livello anche per enti che (ad esempio quelli con poco personale) non hanno né le competenze né le risorse ad hoc.
Infine, ed è questa la cosa più difficile, vanno introdotte regole che modifichino il quadro istituzionale per incentivare e aiutare gli enti ad agire in modo corretto. Si introduce qui il tema, in tempi recenti tanto discusso, della misurazione dei risultati, della trasparenza e della competitività tra istituzioni. Introdurre sistemi di gestione delle performance, obblighi di trasparenza e creare conseguenze chiare in termini premiali per le istituzioni più performanti, o sanzioni per quelle colpevolmente inefficienti è un problema che va affrontato in modo pragmatico. Alla fine scrivere la riformina potrebbe non essere difficile, anzi, in buona parte è stata già delineata con il disegno di Legge Sacconi del settembre scorso. La vera sfida sarà dimostrare, finalmente, capacità realizzativa cambiando il metodo di lavoro della Pa.

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