La notizia che la Libia è tra i 13 paesi eletti ieri dall'assemblea dell'Onu nel consiglio per la protezione dei Diritti Umani non deve avere raggiunto Abdel Nasser Rabbasi. Dal 2003 lo scrittore libico Rabbasi è in carcere con una condanna a 15 anni per avere pubblicato su «Arab Times», un saggio sulla corruzione e la censura in Libia. L'accusa per questo dissidente della penna è quella di avere disonorato Gheddafi, la guida della rivoluzione.
La notizia, che ha sollevato le proteste delle Organizzazioni non governative, non è sicuramente arrivata neppure a migliaia di africani migranti prigionieri nei campi di detenzione libici dove vengono rinchiusi in attesa del rimpatrio. Sono somali, etiopi, sudanesi: gli uomini vengono picchiati, le donne violentate e quelli che sopravvivono sono rivenduti a intermediari che gli fanno riprovare l'avventura, magari altre quattro o cinque volte. Sono pacchi che galleggiano tra il deserto e il Mediterraneo, con la complicità dell'autorità di Tripoli, nella più assoluta indifferenza. Anche la nostra, che ci accontentiamo di non vederli più arrivare sulle nostre amate sponde.
Per la verità l'Unione europea sta cercando di strappare a Gheddafi il riconoscimento dello status di rifugiati per coloro che provengono da nazioni disastrate come Somalia ed Eritrea: in cambio ci sarebbero facilitazioni per gli scambi commerciali tra Bruxelles e la Libia. Il nodo è sempre quello: accettiamo le violazioni dei diritti umani da paesi come la Libia semplicemente perché ci portano gas e petrolio, perché sono mercati interessanti per le nostre esportazioni, nella speranza, lontana nel tempo, che le cose possano un giorno migliorare.
La dissidenza, la libertà di espressione, alcuni dei principali diritti umani contemplati della Dichiarazione dei diritti universali del 1948, la carta fondante delle Nazioni Unite, in Libia non hanno nessuno spazio. Tripoli non ha neppure una Costituzione, anche se uno dei figli di Gheddafi, Said Islam, ha affermato, bontà sua, che ce ne vorrebbe una. Ma Gheddafi, un tempo coinvolto in atti di terrorismo e guerriglia, alla vigilia dell'attacco americano all'Iraq è stato abile a riciclarsi come amico dell'Occidente e a far fuori tutti gli integralisti islamici che gli capitavano a tiro.
L'unica magra consolazione di queste settimane è che l'Iran ha rinunciato alla sua candidatura per entrare nel Consiglio dei diritti umani. In questi giorni a Evin, il carcere di Teheran, sono stati impiccati cinque dissidenti curdi: il regime di Ahmadinejad preferisce decisamente avere mano libera. A partire dall'epoca settecentesca dei Lumi l'invenzione più importante del mondo occidentale, insieme al primato della ragione, è stata l'universalità dei diritti dell'uomo: ma forse oggi, dalla Libia all'Iran alla Cina, rinunciamo anche a questa scoperta.
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Alberto Negri
 

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