di Mauro Bonaretti e Renato Ruffini La crisi della politica di questi anni è più che mai evidente. Si producono norme in continuazione, spesso contraddittorie, e fenomeni di corruzione appaiono sempre più frequenti. Per affrontare il problema è forse il caso di avviare riforme amministrative limitate ma efficaci, a partire dagli enti più importanti per i cittadini, regioni ed enti locali, per riqualificare anche la politica.
Si discuterà a breve di codice delle Autonomie locali. Ci sarebbe una riforma semplicissima da fare per professionalizzare e qualificare chi (politico o dirigente) nelle amministrazioni opera. Basta prevedere di:
a) trasformare le giunte in organi collegiali ristretti i cui componenti non abbiano deleghe specifiche, configurando una sorta di Cda o comitato di indirizzo;
b) potenziare alcune figure dirigenziali, facendo sì che collaborino con il sindaco attraverso la formalizzazione di mandati fiduciari per l'attuazione delle politiche e assicurando la loro selezione secondo modalità trasparenti e basate sui requisiti professionali;
c) nominare la rimanente parte dei dirigenti solo per concorso pubblico.
Proviamo con un esempio a spiegare la proposta. Se voi foste un imprenditore con una quota azionaria sopra il 51% accettereste di avere un Cda composto solo da persone nominate dai vostri soci, che hanno quote inferiori alla vostra, e che magari sono del tutto ignari dei processi operativi che si svolgono nella vostra azienda? E già che li avete, dareste a tutti deleghe operative sui business strategici senza attribuire loro nessuna responsabilità amministrativa rispetto alle decisioni che prendono?
Probabilmente no, perché in queste condizioni il governo e il controllo dell'azienda sarebbe impossibile e si correrebbero molti rischi sia operativi sia di legalità, come dimostra la cronaca di questi giorni.
Allora perché mai un sindaco o un presidente deve attribuire deleghe operative agli assessori? Gli assessori sono indicati al sindaco dai partiti della maggioranza, e hanno una totale influenza sulle decisioni della dirigenza. Qualcuno potrebbe pensare: «È la democrazia». In in realtà la logica assessorile è figlia della degenerazione partitocratica della democrazia; nella prima repubblica, almeno, gli assessori avevano spesso una preparazione che oggi si è in larga parte persa.
Ne deriva che l'assessore tende a divenire un soggetto "centrifugo" rispetto alla produzione di equilibrate politiche e strategie amministrative. È concentrato solo sulla propria delega, cerca visibilità, spesso usa strumentalmente banali questioni amministrative facendole diventare «questione politica». Ovviamente ci sono spesso assessori molto bravi e rispettosi delle distinzioni dei ruoli, ma le dinamiche istituzionali mettono in crisi anche i migliori o comunque lasciano alla buona volontà dei singoli la correttezza dei comportamenti Ancora oggi siamo ancora un paese dove la politica continua a interferire nella gestione e dove ancora non si è affermata una classe dirigente professionale e autonoma.
Il problema di fondo è che oggi non possiamo probabilmente più permetterci gli assessori così come sono, e neppure dirigenti ben pagati chiamati a fare un lavoro meramente esecutivo: i primi devono concentrarsi sulle strategie, e non inventarsi ruoli che non sono istituzionalmente chiamati a coprire; i secondi devono assumersi le responsabilità decisionali per le quali sono pagati.
Non è tanto il demagogico problema dello stipendio di assessori e dirigenti, quanto del loro rendimento in un sistema amministrativo sempre più complesso. Tutto ciò conviene a cittadini e ai politici, e vale la pena su questo tema proporre emendamenti al codice delle Autonomie locali.
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