Mario Platero
NEW YORK. Dal nostro corrispondente
Ormai siamo agli sgoccioli: la riforma del settore finanziario potrebbe essere approvata entro la fine di questa settimana. Le mozioni principali sono già state discusse. Altre lo saranno da qui ai prossimi giorni. La prospettiva appare a questo punitiva per le banche: molte limitazioni, un aumento di responsabilità e, quasi certamente il passaggio della Volcker rule, per impedire alle banche di speculare direttamente sul mercato. Una regola questa che di fatto implica la spaccatura fra banche commerciali e banche d'affari: «nessuno potrà essere troppo grande per poter fallire».
Che la battaglia sia alla fine e che la tensione fra banchieri e avversari sia ai massimi lo possiamo dedurre da un paio di episodi. Martedì quattro maggio ad esempio, il Business Council, una delle organizzazioni imprenditoriali americane, ha avuto un incontro con il Presidente Obama. Incontro relativo, perché il Presidente è arrivato, ha letto quattro parole del suo discorsetto sull'importanza di creare posti di lavoro e di procedere con una riforma finanziaria e se n'è andato con la stessa rapidità con cui è arrivato. Cosa questa che ha offeso molti dei 170 amministratori delegati raccolti al Park Hyatt, convinti di poter fare almeno un paio di domande al Presidente. Uno di questi, Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan Chase e uno dei vicepresidenti dell'organizzazione è rimasto esterrefatto dal trattamento. Al punto che ha chiamato il giorno dopo Rham Emanuel per lamentarsi. Emanuel ha fatto spallucce. E gli ha ricordato che Obama è il Presidente degli Stati Uniti d'America, mentre lui è un funzionario di banca. Il problema per Dimon è che lui e i suoi colleghi stanno facendo di tutto per impedire che la Volcker rule passi così come è concepita. E Obama con la sua freddezza ha colpito nel segno: «smettetela di mandare le vostre orde di lobbisti in Parlamento», aveva detto un paio di settimane prima. Ma la tensione fra Obama e gli uomini d'affari, non solo i banchieri dunque, è grande: il primo si sente assediato, i secondi si sentono ignorati. Il primo se ne infischia del loro risentimento perché ritiene che la presidenza sia più grande di qualunque ego aziendale.
In questo contesto, il secondo episodio è ancora più significativo - e grave - perché rappresenta la risposta pratica alle pressioni dei banchieri: nel fine settimana 700 dimostranti organizzati dal National People Action una struttura di volontari di Chicago - possibile che la coincidenza con la città di Obama sia solo casuale? - si sono recati a dimostrare davanti alla casa privata di Gregory Bauer, il responsabile degli affari legali di Bank of America. Una intimidazione quasi fisica a questo signore e alla sua famiglia con tanto di cartelli e cori di protesta. Hanno disturbato il vicinato. Il gruppo è andato anche davanti alla residenza di Peter Scherr, un lobbista con JP Morgan Chase. Forse queste sono manifestazioni eccessive. Ma l'umore dell'opinione pubblica, soprattutto dopo il caso Goldman, resta contro Wall Street. I repubblicani lo sanno. Per questo hanno smesso di fare troppa opposizione contro il progetto, che darebbe a Obama la sua seconda importante vittoria politica dopo la riforma sanitaria. «È vero, manca poco, ma non siamo ancora alla fine, gli ostacoli sono i più duri da superare», ha osservato ieri il senatore Christopher Dodd, l'autore del progetto di legge da 1.400 pagine. Molte delle quali ancora piene di sorprese, perchè sconosciute persino ai legali dei banchieri.
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