Con l'approvazione del Senato americano, la riforma del sistema finanziario fa un passo avanti importante ed è dunque giustificata la soddisfazione dell'amninistrazione Obama per questo successo politico. È ancora troppo presto però per capire se è stato raggiunto l'obiettivo fondamentale che ci si proponeva, cioè quello di rendere il sistema finanziario più stabile e comunque tale da non richiedere i salvataggi generalizzati a spese del contribuente cui abbiamo assistito negli ultimi due anni.

Il testo del Senato differisce infatti da quello già approvato dalla Camera a dicembre in molti particolari e le due versioni dovranno essere unificate da una mediazione politica delicata. Alcuni punti del testo del Senato dovrebbero essere confermati: fra questi, l'obbligo per i derivati di utilizzare mercati regolamentati o comunque una controparte centrale, in modo da gestire meglio una fonte importante dei rischi di carattere sistemico, drammaticamente messi in evidenza dal caso Lehman.

Lo stesso può dirsi per un altro punto molto controverso, cioè la cosiddetta "Volcker rule" sull'attività di trading in proprio delle banche. Il testo del Senato opta per una separazione societaria, con l'obiettivo di evitare che queste operazioni particolarmente rischiose vengano finanziate con la raccolta ordinaria e con il privilegio di poter accedere al credito della banca centrale. Una soluzione certo non semplice e non decisiva, ma assai meno pericolosa di quella ancora più drastica del divieto puro e semplice che sarebbe risultata impossibile da applicare e forse controproducente.

La legge riguarda moltissimi altri aspetti; anzi, sotto un certo profilo è fin troppo ambiziosa, perché copre temi che vanno dalle agenzie di rating all'educazione finanziaria, passando per le commissioni sulle carte di credito. In questa ambizione universalistica, il rischio di eccessi è sempre dietro l'angolo. Ne è una prova la creazione di ben due nuove autorità di controllo: una per la supervisione sul rischio sistemico e l'altra per la protezione dei risparmiatori, di cui non si sentiva il bisogno, soprattutto in un'architettura di regolamentazione barocca come quella americana, in cui le divisioni di competenza hanno sempre avuto un peso nel ritardare la percezione dei problemi più gravi.

Nel complesso, il testo del Senato non sembra aver ceduto alle pressioni populiste degli ultimi tempi, provate dal fatto che due senatori democratici hanno votato contro perché hanno ritenuto la riforma troppo blanda. Un particolare significativo: è stato respinto l'emendamento che intendeva vietare le vendite allo scoperto "nude" di Cds, come ha appena fatto, sia pure temporaneamente, la Germania.

La reazione delle banche secondo cui il nuovo assetto del mercato dei derivati comporterebbe una riduzione dei volumi di attività e dei profitti finali può essere tranquillamente ribaltata. Come ha detto Adair Turner, presidente dalla Fsa britannica, qual è l'utilità sociale di avere 600mila miliardi di dollari di derivati, pari a 12 volte il Pil mondiale? Può causare un danno all'economia un ridimensionamento di questa immensa montagna? E comunque, come è possibile continuare a lasciare che il rischio di controparte che ne deriva sia gestito in modo totalmente opaco e pericoloso per il sistema nel suo complesso all'interno di un numero ristretto di grandi banche? E infine, poiché i nuovi accordi di Basilea prevedono un sostanziale risparmio di capitale per i derivati non trattati su mercati over-the-counter, non è forse vero che in questo modo le banche possono compensare effetti restrittivi per il credito alle imprese?

Lo stesso vale per le preoccupazioni sui profitti bancari: il termine di riferimento non può essere quello degli anni della crisi, poiché quei profitti erano l'effetto di un'autentica bolla che ha nascosto il vero grado di rischio delle banche, costringendo poi ad effettuare salvataggi a catena. In ogni caso, gli effetti più importanti e generalizzati sulla redditività bancaria non verranno dalle norme Usa, ma da quelle allo studio a Basilea e non dovrebbero essere drammatici. Uno studio di Ubs stima una redditività del capitale post-regole del 10-12% contro una media del 15-16% del ciclo (dopato) precedente.

Il vero problema è capire come la riforma americana si coordinerà con gli altri progetti allo studio: quello di Basilea e quelli annunciati nei principali paesi. Il nuovo governo britannico ha avviato il dibattito sull'opportunità di separare l'attività bancaria da quella in titoli, apparentemente in modo più drastico di quanto fatto oltre Atlantico, e pensa di introdurre una tassa sulle attività delle banche. Il Fondo monetario rilancia proponendo non una, ma due imposte sulle banche. L'Europa naviga anche su questo fronte a vista, continuando a coltivare l'illusione che il problema fondamentale sia regolare gli hedge funds. Sembra che entro giugno il presidente Obama potrà firmare il testo definitivo della nuova legge bancaria. Mancano all'appello tutti gli altri paesi e il coordinamento internazionale negli ultimi tempi si sta rivelando purtroppo sempre più debole. C'è solo da sperare che il voto del Senato sia un segnale adeguato.

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