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Geronzi: ecco le nuove strategie di Mediobanca

(F. de B.)

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Venerdí 30 Novembre 2007

Questa conversazione con Cesare Geronzi avviene in occasione del centesimo anniversario della nascita di Enrico Cuccia. Mediobanca ricorderà la figura del suo fondatore con un volume di scritti inediti che verrà presentato a Milano il 4 dicembre. Geronzi è nel suo ufficio di Piazza di Spagna, storica sede capitolina dell'istituto. La finestra è aperta e sale il brusio di una Roma autunnale e calda. È lontano il clima ovattato e lo scricchiolio dei parquet milanesi della vecchia via Filodrammatici. Il presidente è affabile, cortese e non si sottrae alle domande scomode dell'attualità. La bizantina vicenda delle designazioni in Telecom è appena terminata. Con la novità di UniCredit e di Alessandro Profumo che si sono dissociati dal metodo con cui il comitato nomine di Mediobanca ha indicato Gabriele Galateri e Franco Bernabè ai vertici. Geronzi ha l'aria sorpresa.
«Non capisco. Il metodo non c'è stato? Tutti erano a conoscenza dei candidati». Si alza di scatto da una poltrona rossa. Va alla scrivania, prende due fascicoli degli head hunter e mostra una classifica di nomi che vede Bernabè in testa con il massimo dei voti. Il metodo c'è stato, sostiene, trasparente e approfondito. Bernabè lo ha proposto Benetton, importante azionista di Telecom, e ha ricevuto anche l'apprezzamento dei soci francesi di Mediobanca, in particolare Bolloré. Per Geronzi le valutazioni di Profumo e Rampl, con i quali quest'estate si è fuso in pompa magna, sono incomprensibili. Una certa diversità di carattere lo distingue dal suo più giovane collega banchiere al quale, peraltro, dice, lo legano un «profondo affetto e stima» che rappresentano il collante presente e futuro del loro rapporto.

Una scelta politica quella del vertice Telecom? «Nessun politico mi ha cercato, glielo assicuro, certo la stessa cosa non posso dirla per gli altri protagonisti di questa lunga vicenda. Ritardata però, bisogna ricordarlo, dall'Antitrust brasiliano». E il consigliere di Prodi, Angelo Rovati che viene in Mediobanca? «Ma secondo lei, se io avessi dovuto incontrarmi segretamente con lui l'avrei fatto venire in Piazzetta Cuccia? Andiamo...». Geronzi argomenta a tratti divertito e ironico sui capitoli di quello che considera un romanzo d'appendice costruito in queste settimane intorno alle nomine Telecom: le pressioni di Palazzo Chigi, il no di D'Alema a Bernabé, i francesi, i poteri visibili e invisibili. «Noto con rammarico una certa immaturità del Paese, leggo banalità e falsità, si rifugge dalle questioni reali e ci si avvolge nei retroscena, nei personalismi, negli incontri segreti».
Come quello tra lei e il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, che pare aver sbloccato il tutto. Il vero sistema dualistico, in fin dei conti è il vostro. «Prima di tutto non era un incontro segreto. E poi, dov'è lo scandalo? Me lo dice lei? Siamo entrambi azionisti di Telco. E allora? Non possiamo vederci e discutere con pacatezza di questioni importanti?». Geronzi ci tiene a sottolineare la sincerità del suo rapporto amichevole con il banchiere rivale. «Non mi era piaciuta l'intervista che le aveva dato nella quale esprimeva delle preoccupazioni sull'indipendenza di Mediobanca. Se avesse avuto la pazienza di ascoltarmi, prima di parlare pubblicamente, ogni dubbio sarebbe stato fugato. Ed è quello che poi è avvenuto».
Chi ascolta conserva sulle ultime scene di potere del capitalismo italiano un giudizio diverso e molto negativo. La sciarada Telecom appare la dimostrazione plastica di come anche l'establishement economico e finanziario del Paese soffra la paralisi decisionale che si imputa alla politica. Anche la governance di Mediobanca, non solo quella di Telecom, ha qualche serio problema. Geronzi non nega una diversità di opinioni con i manager Pagliaro e Nagel, di cui loda l'operato. E manifesta con il tatto che gli è proprio una certa insofferenza per l'applicazione del tutto italiana e improvvisata del sistema dualistico che, a seconda delle circostanze, è ritagliato sulla tipologia degli assetti bancari e sui rapporti fra le persone.
Qui è sottile la polemica con la Banca d'Italia, severa nella distinzione fra proprietà e gestione, che nei giorni scorsi ha indirizzato una lettera sia a Piazzetta Cuccia sia a Intesa Sanpaolo. Ma non è su questo punto che Geronzi dissente. Pensa che l'adozione del sistema dualistico sia avvenuta in assenza delle necessarie norme applicative, intorno alle quali solo oggi si discute. «Ora occorre da parte di tutti buon senso e serenità di giudizio se si vuole costruire un sistema di governance efficiente».
A breve si aprirà la partita delle Generali, presidente? Una partita sempre aperta, sembra rispondere con lo sguardo Geronzi. «A questo proposito io le devo dire che il più significativo cambiamento della mia gestione in Mediobanca riguarderà proprio la filosofia con la quale tratteremo le principali partecipazioni strategiche». Il presidente spiega che non saranno più come un tempo quasi esclusivamente strumenti di potere e di controllo. Non avverrà più che l'amministratore delegato di Trieste si debba sottomettere, alla pari di un qualsiasi dipendente e anche psicologicamente, alle disposizioni di Piazzetta Cuccia, magari firmando privatamente, come è accaduto, impegni scritti e dimissioni in bianco. «Saranno entità forti, più libere e responsabili, che si misureranno con il mercato, creando valore per essere giudicate solo sui risultati».
Nell'apprezzamento per l'attuale gestione del Leone, Geronzi formula l'auspicio che si possa affermare, come è nella tradizione delle Generali (basta pensare a Cesare Merzagora o a Enrico Randone), una forte presidenza esecutiva. E allora, dopotutto, alcune delle critiche contenute nella lettera al management di Trieste scritta da Davide Serra del fondo Algebris, erano fondate? «Io sono favorevole all'attività dei fondi hedge, anche di quelli sovrani. Il fondo del Dubai sarebbe benvenuto nell'azionariato di Mediobanca e Generali, magari con una quota modesta non superiore al 2 o 3 per cento. Una partecipazione così l'ha avuta persino Danilo Coppola, figuriamoci se dovremmo dire di no a questi importanti investitori. La lettera cui lei fa cenno è stata scritta da un fondo nato da poco e sostenuto da varie entità italiane che in dodici pagine è riuscito a dire soltanto che ci sarebbe un conflitto d'interessi e che l'età di Antoine Bernheim è troppo avanzata».
Insomma, con il dovuto rispetto per il finanziere francese che Sarkozy ha appena insignito della Grand Croix, il giovane Serra non ha tutti i torti, no? «Quando Bernheim lascerà sarà un problema trovare un personaggio alla sua altezza, con il suo indiscusso prestigio, questa è la verità». Comunque, insistiamo noi, la governance di Generali è da cambiare. In mercati globali, dominati da fondi aggressivi e nuovi protagonisti globali della finanza, il rispetto sacrale per la storia mitteleuropea degli uffici del Leone, che videro tra gli impiegati anche Franz Kafka, è difficile da richiedere.
Ma se cambia la filosofia delle partecipazioni che cosa accadrà in Rcs? Geronzi si appresta a rientrare nel patto di sindacato, ma è noto che Profumo vorrebbe non avere nulla a che fare con l'azionariato dei gruppi editoriali. E dalla Rizzoli-Corriere della Sera si dimise già una volta. Il presidente di Mediobanca puntualizza che quando ciò avvenne, l'attuale amministratore delegato della più grande banca italiana non aveva un'azione e che forse il fatto di esserne attualmente azionista, in fondo, non gli dispiaccia. La coerenza, chiedo, vorrebbe che usciste del tutto, o no? «Coerenza è una parola complessa, caro direttore». E in Telecom resterete sempre? «Telecom è un'azienda strategica per il Paese e Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo hanno svolto con responsabilità il loro ruolo. Diciamo che siamo azionisti stabili, ma non permanenti. E ci auguriamo che il gruppo riprenda a concentrarsi sulle strategie del mercato delle telecomunicazioni». Anche in Fiat, aggiunge Geronzi, è accaduta una cosa analoga e il famoso prestito "convertendo" era stato studiato per un sostegno eccezionale ma non duraturo. Sul rapporto tra banca e industria, Geronzi appare legato ad antiche e solide ripartizioni di compiti. Qui l'impronta di Via Nazionale è riconoscibile, ma i tempi e soprattutto i mercati vanno nella direzione opposta.
Mediobanca oggi svolge un ruolo diverso da quello che fu concepito da Mattioli e Cuccia nel Dopoguerra. Ma sempre centrale, strategico, insostituibile, con competenze indiscusse. «Il Paese ne ha ancora bisogno, oggi forse più di ieri. Vede, Cuccia ebbe molti meriti, avremo occasioni ufficiali per ricordarli tutti, ma il principale fu quello di proteggere una gracile - specialmente sotto l'aspetto finanziario - industria privata, da una dominante presenza pubblica. Quella fase è terminata. Noi speriamo di non avere più pazienti gravi nei nostri uffici, come accadde per Montedison. Oggi la sfida è quella di accompagnare la crescita, soprattutto sui mercati internazionali, dell'industria italiana, in particolare quella media».
Geronzi spiega che l'istituto non mancherà di ampliare la propria presenza nel retail («che dà stabilità al conto economico») e nel leasing, con uno sguardo anche a quello che succede in Italease. Commenta la crisi dei subprime dicendo che l'insegnamento che se ne trae è uno solo. «I derivati non sono il diavolo, ma i guadagni facili implicano rischi dai quali nessuno è immune. Va dato ampio merito agli istituti italiani di essersi, con qualche modesta eccezione, tenuti fuori dal ciclone che investe i mercati». Un fondo di salvataggio sul modello americano o francese non lo vede necessario e forse lo ritiene del tutto inopportuno.
Le Fondazioni di origine bancaria entreranno nel capitale di Mediobanca rilevando parte di quella quota del 9% del capitale che UniCredit, dopo la fusione con Capitalia, deve dismettere. Cuccia non amava le Fondazioni, le riteneva la longa manus del potere politico. «Non so se è vera la sua affermazione, in ogni caso ricordo un episodio che può spiegare questa avversione. Quando studiammo il progetto di fondere le tre banche d'interesse nazionale, Banca di Roma, Comit e Credito italiano, le tre Bin, con il nome di Ubibanca, ai colloqui con Cuccia, Maranghi e me, parteciparono anche Rondelli e Profumo. La loro adesione al progetto apparve subito poco convinta, nonostante un'intervista che Rondelli diede in quei giorni al Mondo, scambiata da molti come un gesto di apertura. Poco tempo dopo fu annunciata l'operazione UniCredit con il ruolo fondamentale delle Fondazioni bancarie di Verona, Torino e Treviso. Cuccia ci rimase male. Io credo invece che le Fondazioni abbiano svolto un ruolo importante, sono stati partner stabili, hanno reso possibili le aggregazioni anche diluendo le loro partecipazioni, cosa che per esempio nell'industria non è avvenuto. E il merito principalmente va a una sola persona, il presidente della Fondazione Cariplo e dell'Acri, Guzzetti».
Cuccia, nei colloqui che Sandro Gerbi ha pubblicato sul Sole-24 Ore, mostrava una sostanziale diffidenza, se non in qualche caso un disprezzo, verso l'imprenditoria italiana. «Non saprei dargli torto, le grandi famiglie non hanno saputo in molti casi disciplinare le successioni e le loro imprese si sono spesso dimostrate organizzazioni deboli, incapaci di autogovernarsi. Non è stata soltanto la storica carenza di capitali». La Mediobanca di Cuccia però non si avvide, se non in anni più recenti, del fenomeno della media impresa italiana. Cuccia diffidava di alcuni nuovi protagonisti. Di Silvio Berlusconi (anche di Prodi per la verità) diceva peste e corna. Lei il Cavaliere lo salvò, concedendogli credito con la Banca di Roma, quando il Credito Italiano smise di averne fiducia. Geronzi racconta un episodio inedito: quando insieme a Cuccia e Maranghi incontrò Silvio Berlusconi ad Arcore. C'era il progetto di quotare Fininvest, poi diventata Mediaset. L'incontro fu di grande cordialità, ma all'uscita, tornando verso Milano, Cuccia continuava a scuotere il capo non credendo al valore patrimoniale di quello che definiva un settore virtuale.
Nel ricordare la figura di Cuccia, Geronzi si sofferma sul grande patrimonio di contatti internazionali che contraddistinsero la lunga stagione del più influente banchiere italiano, amico dei grandi patron di Lazard come Andrè Meyer e Felix Rohatyn a molti altri. E questa eredità, una delle tante, dovrebbe spingere l'istituto a guardare all'estero per realizzare un'operazione importante. «Mediobanca ha tutte le risorse necessarie, solidità patrimoniale, grandi talenti professionali: non solo Pagliaro e Nagel ma anche la prima linea di Cereda, Di Carlo e Vinci e tutti quelli che lavorano con loro. Eccellenze così e tutte insieme non se ne trovano facilmente nel mondo».
Torniamo a Cuccia e al centenario. «Lo conobbi negli ultimi dieci anni della sua vita e il rapporto è sempre stato intenso, di reciproca stima e di affetto da parte mia. Il nostro primo incontro risale a quando, come Cassa di risparmio di Roma, comprammo il Santo Spirito. Discutemmo anche molto del famoso tentato acquisto a fermo da parte di Mediobanca delle azioni Stet». Per una cifra, guardando oggi a Telecom che ne è figlia, ridicola: dodicimila miliardi dell'epoca. «Poi un giorno - prosegue Geronzi- pensammo all'idea di mettere insieme Comit e Banca di Roma. Trattammo fra la metà del '98 e la prima parte del '99. Forse quello fu il momento in cui Cuccia cominciò a preoccuparsi per il dopo e fu allora - per la prima volta, e ne rimasi colpito - che gli mancarono addirittura di rispetto. Ricordo un'ultima drammatica riunione fra le due banche e Mediobanca nella quale il progetto si arenò. Dopo pochi giorni partirono le due Opa incrociate del Sanpaolo sulla Banca di Roma e di UniCredit sulla Comit. Mi telefonò, un po' rattristato, e mi disse "Io mi occupo della Comit, lei se la cava certamente da solo". Le cose si sa come andarono. Le due Opa fallirono».
«Un ruolo importante - ricorda ancora Geronzi - lo ebbe Romiti che, dopo aver parlato con Cuccia, mi consigliò di incontrare l'avvocato Agnelli, allora importante azionista del Sanpaolo. Ricordo che Masera, amministratore delegato della banca torinese, aveva già chiesto di incontrare il Governatore Fazio e Ciampi, ministro del Tesoro, a nome delle due banche, la sua e la mia. A mia insaputa. I consigli respinsero le proposte, ritenendole ostili. E tutto finì». Ma forse, Geronzi non lo dice, fu quello il momento in cui il suo predecessore ebbe netta la sensazione che la Comit potesse sfuggire dal sostanziale controllo dell'allora Via Filodrammatici, come poi avvenne con l'incorporazione nella neonata Banca Intesa di Bazoli.
L'ultima parte di questa lunga conversazione è dedicata al rapporto fra Geronzi e Maranghi e alle incomprensioni che vi sono state, dopo la morte, con la famiglia dell'ex amministratore delegato di Mediobanca che non ha gradito alcune affermazioni pubbliche dell'attuale presidente. «Quando andavo a trovarlo, su suo invito, non ero un fantasma, fu lui a volermi vedere e negli ultimi momenti della sua vita il nostro rapporto riprese un'antica cordialità. Mi chiamò sul telefonino la domenica prima di morire. Mi disse: "Venga a trovarmi". Io chiamai Pagliaro "È il caso che vada?". "Sì, vada". Poi da Milano arrivò una telefonata. Meglio di no, mi dissero. Dopo pochi giorni Maranghi morì».

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