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Petrolio verso i 123 dollari

di Roberto Capezzuoli

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7 Maggio 2008
Il petrolio tra prezzi record e riserve

La corsa del greggio è per il momento inarrestabile e le prospettive di medio termine sono tutt'altro che rassicuranti. A dirlo è Arjun N. Murti, l'analista che balzò alla ribalta poco più di tre anni orsono, quando fece balenare per la prima volta lo spauracchio dei 100 dollari al barile.
Ieri la sagra dei record non ha deluso chi aveva puntato sui rincari. Il West Texas Intermediate, greggio di riferimento per il mercato nordamericano, si è spinto al Nymex fino a 122,73 dollari la barile con il contratto per consegna in giugno, che poi ha chiuso a 121,84, un paio di dollari più della sera precedente. Anche il Brent, benchmark europeo, ha toccato vette mai viste, con una fiammata fino a 120,99 dollari nel pomeriggio e con una chiusura per la prima volta sopra i 120 dollari.
Una spinta è venuta dalla debolezza del dollaro, un'altra, più robusta, dai timori di interruzioni dell'offerta in alcuni Paesi produttori. Tutto ciò mentre la domanda mondiale, secondo le proiezioni del dipartimento statunitense dell'Energia, si avvia a crescere quest'anno di 1,2 milioni di barili, trainata dai consumi di Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e Medio Oriente.
In tre giorni il Wti ha guadagnato quasi 10 dollari e in un anno esatto è raddoppiato (la chiusura di lunedì 7 maggio 2007 al Nymex era a 61,47 dollari), trend che sta mordendo i consumi americani, già colpiti da una situazione economica non proprio brillante.
Le prospettive hanno dato ossigeno ai rialzisti: a New York sta riprendendo vigore l'interesse per le opzioni call sul Wti per consegna in dicembre a 200 dollari (il contratto dà il diritto di acquistare il corrispondente future). Qualche notizia dai fronti caldi del petrolio giustifica la scommessa, che comunque non comporta un esborso eccessivo. L'Iran, quarto produttore mondiale, ha detto no alle ispezioni sui siti delle sue centrali, lasciando viva la tensione. In Nigeria lo sciopero negli impianti Exxon è terminato, ma le incursioni della guerriglia sono una costante minaccia per le attività della Shell.
Uno spiraglio si può aprire grazie a Jimmy Carter, il presidente americano che aveva vissuto gli anni caldi della rivoluzione khomeinista e dell'invasione sovietica dell'Afghanistan. Il Movimento per l'emancipazione del delta del Niger infatti si è detto disponibile a siglare una tregua per trattare la soluzione della crisi con la mediazione di Carter.
Le considerazioni più incisive sono comunque quelle contenute nel rapporto curato da Murti per Goldman Sachs. L'offerta non cresce a sufficienza e il Wti, tempo sei-ventiquattro mesi, si proietterà tra 150 e 200 dollari. La Cina, nota il rapporto, ha più che raddoppiato i consumi di petrolio dal novembre 2001 (quando il Wti stazionava a 16,70 dollari, il livello più basso del decennio in corso) e ha risucchiato la capacità produttiva di riserva. In sostanza, mancano investimenti per spronare la produzione dell'Opec e per frenare la flessione dell'output in Messico e Russia.
«Sta cominciando il finale di partita», dice il rapporto, secondo cui la teoria del super-picco è entrata in una fase decisiva. I possibili scenari sono due: se il rincaro si dimostrerà graduale, potrà durare più a lungo, presumibilmente fino al 2011, con una media annua che potrebbe aggirarsi intorno a 110 dollari nel 2009 e a 120 $ nei due anni successivi. Se invece il rally sarà tumultuoso, Murti arriva a ipotizzare 125 dollari quest'anno, 200 nel 2009, per poi scivolare a 150 l'anno successivo e a 75 dollari nel 2011.
Il rientro delle quotazioni verso una sorta di normalità, previsto per il 2012, dovrà però essere favorito, dice Murti, da un «razionamento della domanda, specialmente negli Stati Uniti».
Vale la pena ricordare che Murti fu il primo a parlare di un super-picco, proponendo nel 2005 una gamma 50-105 dollari per il Wti entro il 2009. E le medie al Nymex si collocarono a 56,71 $ nel 2005, a 66,23 l'anno successivo e a 72,36 nel 2007.
L'effetto del caro-greggio sui consumi americani è già visibile: nelle stime del dipartimento Energia il secondo e terzo trimestre vedranno una riduzione della domanda, complice il rincaro della benzina, che in giugno rischia di toccare una punta di 3,73 dollari/gallone.
Contro l'Opec – che non vede motivo per aumentare la produzione e che dal 1° gennaio dovrebbe "perdere" l'Indonesia, ormai divenuto un importatore netto di greggio – si è scagliata Hillary Clinton, accusando il Cartello di indebite distorsioni del mercato. Con i sauditi, che dell'Organizzazione sono i leader, intende discutere entro un paio di settimane il presidente George W. Bush. Ma sui risultati, il mercato non sembra scommettere.

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