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Parmalat: Tanzi condannato
a 10 anni di reclusione

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18 dicembre 2008

Dopo circa 33 ore di camera di consiglio e 100 udienze per più di tre anni di processo, il Tribunale di Milano ha emesso una sentenza a sorpresa sul crack della Parmalat: di tutti gli imputati giudicati con rito ordinario, patteggiamenti e soggetti giuridici a parte, i giudici hanno condannato solo Calisto Tanzi.
L'ex patron di Collecchio deve scontare, per il collegio presieduto da Luisa Ponti, una pena di 10 anni per i reati di aggiotaggio e ostacolo agli organismi di vigilanza. Solo lui.
Prosciolti invece, sono tutti gli altri a partire dai tre ex dipendenti di Bank of America, Luca Sala, Louis Moncada e Antonio Luzi, nonostante che l'accusa avesse puntato il dito, come corresponsabile di un crack definito «globale» proprio BofA.
Prosciolti sono anche Giovanni Bonici, di Parmalat Venezuela, Paolo Sciumè, ex membro del cda di Collecchio, il banchiere Luciano Silingardi ed Enrico Barachini. Condannata invece a 240 mila euro di sanzione e ad una confisca di 455 mila euro, cifre comunque inferiori alle richieste dell'accusa, è stata Italaudit, l'ex Grant Thornton.

I giudici di Milano hanno poi distribuito una serie di pene che vanno dai cinque mesi e 10 giorni ai due mesi per otto persone fisiche, tra le quali la nipote di Calisto Tanzi, Paola Visconti, che avevano fatto richiesta di patteggiamento. Così come hanno condannato con patteggiamento anche Deloitte & Touche e Dianthus, che nel corso degli anni avevano già risarcito 34 mila parti civili, su un totale di 40 mila, per 33 milioni di euro.
La sentenza ha lasciato stupiti tutti i presenti, dai tre pm del procedimento, Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino ai difensori delle parti. «L'impianto dell'inchiesta rimane confermato». Ha affermato in serata il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, dopo la lettura della sentenza. Il magistrato analizza la situazione nella sua complessità e ricorda come su 29 imputati indagati dalla Procura di Milano, 20 complessivamente sono stati condannati con riti alternativi o hanno patteggiato.
Per quanto riguarda poi il capo di imputazione per la posizione di Bank of America, «è stata riconosciuta - ha dichiarato Greco - la prescrizione per altro modificata dalla legge Cirielli». Nel complesso, quindi «l'impianto dell'inchiesta - sottolinea ancora il magistrato - rimane confermato». Anche per la Procura, così come per i difensori di Calisto Tanzi, è presto per parlare di una impugnazione in appello: «Prima vedremo le motivazioni della sentenza e poi decideremo».

E c'è già chi preannuncia che il verdetto emesso questa sera non sarà indolore per il giudizio ancora in corso a Milano nei confronti degli istituti di credito e a Parma, dove si deve celebrare il processo principale. La sentenza del Tribunale di Milano arriva a cinque anni esatti da quella che, per Collecchio, fu l'inizio della fine. Era il 19 dicembre 2003 quando si scoprì che nel conto Bonlat in Bank of America non c'era un solo centesimo.
Si scoprì che la lettera di credito che vantava 3 milioni e 900 mila euro siglata da Bofa era in realtà una «patacca napoletana» per usare le parole di allora del procuratore aggiunto Francesco Greco, una patacca costruita ad arte negli uffici di Parmalat. E a quel punto divenne inevitabile il crack del gruppo, un fallimento a cavallo tra una storia di provincia e una truffa mondiale.
Non ci volle molto, per gli inquirenti, accertare cosa fosse in realtà Bonlat, cioè un «contenitore spazzatura», localizzato alle isole Cayman, frutto della finanza creativa di Fausto Tonna con il quale fingere di produrre e distribuire latte in polvere per il mercato cubano, ma utilizzato in realtà per inventarsi liquidità inesistenti. Era il conto denominato 'ret put' indecifrabile cifra che stava ad indicare, come diranno in seguito gli indagati «rettifica puttanate».   CONTINUA ...»

Quella di Parmalat, nelle indagini, è diventata in seguito la storia di una società decotta già nei primi anni '90, tecnicamente fallita nel 1999, ma tenuta in vita con notizie false costruite, ha da sempre sostenuto l'accusa, con la complicità di banche, revisori (questa sera però risparmiati dal verdetto dei giudici) e ricorsi a bond scaricati sui risparmiatori. Alla fine il buco del gruppo venne quantificato in quasi 15 miliardi di euro dei quali quasi 10 in danno ai risparmiatori.
Una situazione per la quale, hanno affermato questa sera tra l'ironico e l'amareggiato, i due difensori di Calisto Tanzi «evidentemente l'unico responsabile è stato l'ex patron». Ma è presto, sostengono ancora gli avvocati Giampiero Biancolella e Fabio Belloni, per parlare di quello che si preannuncia come un inevitabile ricorso in appello. «Prima attendiamo di leggere le motivazioni di questo verdetto», si limitano a rispondere i due avvocati ricorrendo alla più formale delle dichiarazioni.
A 'gridare vittoria' è invece Bank of America. «La decisione del tribunale - sottolinea l'istituto di credito - stabilisce in modo inconfutabile che gli ex dipendenti della banca non hanno commesso il reato di aggiotaggio. Dopo oltre tre anni di processo è emerso chiaramente che la frode Parmalat è stata perpetrata solo dai dipendenti della stessa società con l'assistenza di alcuni suoi revisori contabili. Come le prove prodotte in giudizio hanno dimostrato - conclude Bofa - nessuno dei dipendenti di Bank of America sapeva o era in condizioni di sapere della reale situazione finanziaria della Parmalat che non fu rilevata neppure nel corso di indagini approfondite della Consob e di altre autoritá pubbliche».

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