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Serenissima nei guai per la finanza allegra

di Fabio Pavesi

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24 ottobre 2009

Sarà anche "Serenissima" quella filante autostrada che corre per 180 chilometri, unendo Brescia a Padova, ma di sereno si è visto ben poco negli ultimi anni. Perlomeno nella capacità di far tornare i conti.

Un paradosso dato che il business autostradale è tra i più remunerativi e meno rischiosi che si possano immaginare. E infatti sul versante dell'incasso dei pedaggi e della mera gestione industriale tutto fila liscio. L'Autostrada Brescia-Padova tramuta in margine lordo circa circa 40 euro ogni 100 incassati, in linea con i concorrenti. I guai vengono da altrove. Dai piani bassi del gruppo che da società industriale si è tramutata in un'immensa holding finanziaria con una cinquantina di società partecipate che fanno di tutto. Ma lo sbarco nella finanza è stato un clamoroso autogol. Già perché Serenissima ha portato in pancia per anni due realtà, Infragruppo Spa (che detiene tra le altre la società di Tlc Infracom) e Acufon che hanno rischiato di mandare a picco tutta la baracca.

Il mistero di Infragruppo
Il conto è arrivato sonoro l'anno scorso. La controllata Infragruppo è riuscita a perdere ben 93 milioni di euro dopo averne perso per strada altri 10 nel 2007. Un onere da 100 milioni che equivale a poco meno della metà dei ricavi della Brescia-Padova e ad almeno 3-4 annualità di profitti. Quel conto è stato pagato anche dai soci pubblici di Serenissima, che possiede il 49% di Infragruppo, e che hanno visto nel bilancio 2008 svalutazioni per 70 milioni. Gli azionisti di Serenissima per il 59% sono Comuni e Province venete. Ma di chi è il resto del capitale di Infragruppo? Una quota del 20% è in mano a Banca Imi (IntesaSanpaolo); il restante 29% fa capo più o meno direttamente a Mario Rino Gambari. Non un personaggio qualunque. L'imprenditore di Lumezzane ha un ruolo (e che ruolo) in Serenissima.
Dal 2005 è il primo socio privato di Serenissima di cui ha il 24% del capitale. Un ginepraio di interessi e di incroci che ha finito per coltivare un reticolo di società tuttofare che con il business autostradale c'entrano ben poco.

Gambari e il pieno di prestiti
Molti degli snodi delle difficoltà incontrate da Serenissima vengono proprio dal ruolo giocato da Gambari da quando è entrato nel business autostradale. L'acquisizione della prima quota del 20% (cui si è aggiunto un altro 4%) è avvenuta tramite la sua società Re.Consult Infrastrutture nel marzo del 2005. Prezzo pagato e iscritto a bilancio di 200 milioni. Ma Gambari ha messo soldi suoi? Ben pochi. Re.Consult si è caricata di debiti con le banche (Mediobanca e Abn Amro).

A fine 2008, passati tre anni dall'operazione, l'esposizione con gli istituti di credito è di 159 milioni. E cosa hanno fatto le banche? Si sono cautelate chiedendo in pegno tutte le azioni della Serenissima detenute da Gambari. L'impero di Gambari (una ventina di società) non sta benissimo: la Cif ha perso 7 milioni nel 2008; Iniziative Logistiche ha un passivo di 4 milioni e la stessa Re.Consult è andata in rosso per 9 milioni l'anno scorso. Ma anche ai piani bassi della Serenissima si sente la presenza dell'imprenditore bresciano e dei suoi soci che del debito hanno fatto passione. Gambari e la Serenissima controllano Infragruppo la zavorra della società autostradale. Anche qui la presa di possesso è avvenuta ricorrendo alle banche. La sola Cassa di Risparmio del Veneto (gruppo IntesaSanpaolo) ha in essere un finanziamento per 135 milioni, altri 40 milioni li ha messi direttamente Serenissima. A fine 2008 la situazione era drammatica. Debito corrente esploso a 350 milioni dai 150 milioni del 2007; covenant con le banche (l'equilibrio finanziario idoneo a mantenere le linee di credito) saltati e un patrimonio netto crollato a 13 milioni dai 100 dell'anno prima. Una situazione da crack imminente cui si sta ovviando solo in questi giorni rinegoziando il debito e cercando di razionalizzare la società con dismissioni ormai ineludibili.

Ma come si è potuti arrivare a tutto ciò? Al punto cioé di dover correre ai ripari pena il contagio ai piani alti del ricco business autostradale. Un banchiere che vuole mantenere l'anonimato, prova a dare una spiegazione: «I business, compreso Infracom con la sua rete di fibre ottiche, vanno bene. I guai sono tutti finanziari e sono il frutto di acquisizioni e conferimenti fatti negli anni passati a valori irrealistici, tanto che Serenissima ha finito per doverli svalutare e le perdite, come si vede dai bilanci, vengono tutte da lì. Se a questo unisci il ricorso eccessivo al debito la miscela diventa esplosiva». La domanda è: a chi è convenuto all'epoca assegnare quei valori rivelatisi assai poco congrui? Non certo ai clienti di Serenissima.

fabio.pavesi@ilsole24ore.com

24 ottobre 2009
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