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Dalle mani del boss di Cosa nostra ad azienda libera: la storia della Calcestruzzi Ericina

di Umberto Lucentini

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10 novembre 2007

PALERMO. La Calcestruzzi Ericina, azienda confiscata al boss Vincenzo Virga, si ricicla. Manca ormai l'ultimo via libera, da parte della Regione Siciliana perché la società appartenuta all'ex "capomandamento" di Trapani si trasformi da impresa per la produzione di calcestruzzo in un moderno impianto «per il recupero di rifiuti inerti non pericolosi con annessa produzione di conglomerati cementizi». Questa è la storia di un tesoro passato dalle mani insanguinate dei boss a quelle dello Stato; è il racconto di una sfida lanciata dei custodi giudiziari che superando i veti dei mafiosi, ostilità di imprese concorrenti legate a Cosa nostra, intoppi burocratici, lungaggini di legge, stanno dando un futuro agli undici dipendenti a rischio disoccupazione. Certo, i numeri non sono quelli delle grandi fabbriche: ma in Sicilia, dove i simboli hanno a volte più significato delle cifre, la storia della "nuova" Calcestruzzi Ericina non va sottovalutata.
Il 14 novembre è convocata all'assessorato regionale al Territorio una conferenza di servizi che dovrà dare l'ultimo parere positivo alla realizzazione della stazione di riciclaggio di rifiuti dell'edilizia nell'Area industriale di Trapani. L'investimento da 2 milioni 200 mila euro, che consentirà un nuovo futuro alla cooperativa dei dipendenti della Calcestruzzi Ericina – nel mirino di Cosa nostra anche dopo la confisca, avvenuta nel giugno 2000- , è frutto del progetto di Luigi Miserendino, custode giudiziario dell'azienda, e dell'impegno di don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Certo, sono trascorsi due anni, e parecchio tempo si è perso per ottenere le ultime firme necessarie: ma adesso, se arriverà l'autorizzazione "all'emissione nell'atmosfera di polveri non pericolose", l'impianto di contrada Fontanelle potrà cambiare volto e avviare la nuova fase produttiva già a giugno del 2008.
«Non è stato facile concludere l'iter burocratico- racconta il custode giudiziario Miserendino, che con l'avvocato Carmelo Castelli ha guidato l'azienda in questi anni difficili «Facendo un rapido calcolo, ho dovuto presentare 35 copie del progetto di riconversione a 13 enti diversi che hanno dovuto esprimere pareri e concedere i nulla-osta - aggiunge Miserendino- E, tra l'altro, abbiamo dovuto pure scontrarci con le norme in continuo divenire. Un esempio? Nel 2005 abbiamo presentato alla Provincia di Trapani la richiesta per l'emissione delle polveri nell'atmosfera, nel frattempo la competenza è passata alla Regione e chi aveva il dovere di farlo non ha trasmesso subito i dossier al nuovo ente responsabile». Ma ormai la meta sembra vicina: col piano di riconversione la "Cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera" potrà dare un futuro agli 11 dipendenti e un segnale concreto sull'efficienza dell'utilizzo dei beni confiscati.
I fondi per il rilancio dell'azienda di Virga, che forniva calcestruzzi alle imprese, arriveranno dal Por Sicilia (1.200mila euro), da un mutuo di Banca Unipol (700mila euro), da accantonamenti della Calcestruzzi Ericina (300mila euro). E, in ultima parte, anche dall'Agenzia del Demanio che ha dovuto mettere mano al portafogli: c'era da coprire l'aumento di capitale dell'azienda da 275mila euro a 494mila euro imposto dalla Regione per l'erogazione del contributo a fondo perduto.
«Se fosse stato possibile utilizzare i soldi confiscati ai mafiosi gli aderenti alla cooperativa avrebbero evitato di caricarsi della parte di mutuo da pagare per i prossimi venti anni- spiega Miserendino - ma di certo la prospettiva di rientrare in un mercato non più drogato dalla presenza dei boss per loro è stato allettante»
Negli ultimi mesi, tra l'altro, le indagini hanno portato al sequestro di due impianti della zona, la Sicilcalcestruzzi di Paceco e la Mannina di Custonaci: l'ipotesi dei pubblici ministeri antimafia, confortati dai dati economici e dalle intercettazioni ambientali, è che Cosa nostra avesse vietato a diversi imprenditori di rifornirsi alla Calcestruzzi Ericina minacciando o semplicemente passando la voce. Così, dopo la cattura del capomafia trapanese Vincenzo Virga, il 21 febbraio 2001, il giro d'affari dell'impianto è passato in pochi mesi da 2 milioni 268 mila euro l'anno a 1 milione 164 mila euro.
Le imprese della zona, che da sempre si erano rifornite alla Calcestruzzi Ericina, per obbligo o per complicità col boss Virga, formalmente chiedevano preventivi per le forniture. Ma, al momento di concludere l'affare, tutto sfumava senza giustificazioni credibili.
Solo l'intervento dell'allora prefetto Fulvio Sodano, e le indagini della Squadra mobile di Trapani e della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno fatto scoprire una manovra che doveva convincere lo Stato a svendere a prestanomi di Virga l'impianto: con quest'accusa è finito in carcere un funzionario dell'Agenzia del Demanio di Trapani, il geometra Francesco Nasta (avrebbe sottostimato il valore della Calcestruzzi Ericina dopo essere stato contattato da prestanomi e costruttori legati al boss Virga), e oggi alla Dda di Palermo sono in corso indagini per scoprire altre complicità (Sodano ha denunciato di essere stato trasferito proprio per essersi opposto a questa svendita).
Poi, il successivo impegno del prefetto Finazzo, il piano dei custodi giudiziari e il tutoraggio offerto da don Luigi Ciotti di Libera, ha consentito alla Calcestruzzi Ericina di superare quel terribile momento. Nel 2004, su input di don Ciotti, il custode giudiziario dell'azienda confiscata ha avviato contatti con l'Anpar (Associazione nazionale produttori agglomerati riciclati) e la società Pescale, per disegnare un nuovo futuro per la Calcestruzzi Ericina. Da lì il piano di ricoversione, la ricerca dei finanziamenti, l'ok dei dipendenti ad accendere un mutuo ventennale. Adesso alla rinascita dell'impianto che il boss usava per riciclare i suoi soldi sporchi manca l'ultimo timbro. «I risultati che si raggiungeranno con la nuova azienda saranno molti- anticipa il custode giudiziario Lugi Miserendino- L'azienda sopravviverà, nella zona sarà ridotto l'utilizzo delle cave e verranno smaltiti i rifiuti dell'edilizia con risparmi notevoli per tutti». Il mercato del calcestruzzo non sarà più monopolio di Cosa nostra. E l'azienda, stavolta, si riciclerà per fini di giustizia.

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