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Quella potente rete dei Basilischi, la quinta mafia italiana

dall'inviato Roberto Galullo

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8 Luglio 2008

Quando nel 1963 la regista Lina Wertmüller girò I Basilischi tra i Sassi di Matera, non poteva certo immaginare che il titolo della sua opera prima, 45 anni dopo sarebbe diventato il nome ufficiale della quinta mafia italiana.
La criminalità organizzata lucana è stata ribattezzata con lo stesso nome di quel film che raccontava un'Italia meridionale fatta di "vitelloni" opulenti e oziosi. La Procura della Repubblica di Potenza – le cui 700 pagine di motivazioni sono state appena presentate, a distanza di oltre sette mesi dalla sentenza in primo grado, resa alla vigilia di Natale 2007 – racconta invece la storia di una mafia violenta, radicata, che fa proseliti e raccoglie consensi, collusa con il potere politico, protesa verso i centri massonici occulti e pronta a spartirsi i ricchi affari che nascono dai finanziamenti comunitari e pubblici.
Il Tribunale – dopo 12 anni di indagini – ha condannato 26 imputati (alcuni già detenuti) per associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis) per complessivi 242 anni di carcere. Tra i condannati spiccano le figure di Antonio Cossidente, Michele Danese, Franco Mancino, Franco Pontiero, Carlo Troia. Ma il vero capo è Gino Cosentino, detto "faccia d'angelo" esattamente come Felice Maniero, boss della mala del Brenta e, come lui, ufficialmente pentito. Cosentino, dal '94, all'interno delle carceri lucane ha cominciato quel proselitismo che 13 anni dopo ha assunto le vesti di una mafia autonoma.
«È una sentenza storica – dichiara Vincenzo Montemurro, il magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Potenza che ha dato anima e corpo al maxiprocesso – che dimostra come la mafia lucana abbia un proprio profilo, un proprio radicamento sul territorio che tende a escludere dai clan chi non è nato in questa terra e che è pronta a scendere a patti con le altre mafie pur di fare affari». Una mafia che ha emulato anche nei riti di affiliazione la 'ndrangheta calabrese che, per prima, è penetrata in questa regione, terreno fertile successivamente anche per la Camorra. Cosa Nostra, che pure aveva avuto il diritto di primogenitura grazie al soggiorno obbligato in epoca fascista di don Calogero Vizzini e negli anni 70 di Giuseppe Mandalari, massone e uomo di fiducia di Totò Riina, è stata messa all'angolo.
L'inchiesta della Dda di Potenza e della Procura mette in luce un sodalizio teso ad acquisire il controllo delle attività economiche e imprenditoriali in primis della provincia di Potenza, a rilasciare concessioni e autorizzazioni amministrative attraverso il ricorso a funzionari e dirigenti corrotti o vicini alla criminalità, a condizionare illecitamente i diritti politici dei cittadini, orientando il voto. Ma la forza dei Basilischi per i giudici andava (e va) oltre. Il clan sottoponeva a una sistematica attività di estorsione i commercianti e le imprese che vincevano gli appalti privati o quelli pubblici in maniera pulita. I Basilischi praticavano l'usura, ricettavano i titoli di credito di provenienza delittuosa, riciclavano i proventi sporchi e affermavano un controllo egemonico del territorio e al proprio interno, attraverso vincoli di comparaggio, rigide gerarchie e pagamento delle spese processuali per gli arrestati. «La crisi della politica e delle istituzioni, la questione morale e democratica aperta in Basilicata – dichiara l'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione – rappresentano un punto di crisi dell'intero quadro democratico del Paese».
La sentenza – nei confronti della quale è stato presentato appello – chiude un capitolo ma ne lascia aperti altri. Innanzitutto quello dei legami con la politica. Non è un caso che ci siano altri filoni d'indagine aperti che chiamano in causa una cupola politica trasversale. Da quell'intreccio, si è svincolato Gianfranco Blasi, ex deputato di Forza Italia, che aveva scelto il richiamo a Cecco Angiolieri per il suo libro dedicato alle conversazioni sulla politica lucana, S'io fossi foco, scritto a fine 2005. Con quel fuoco non ha arso il mondo ma è anche riuscito a non bruciarsi, nonostante la Procura della Repubblica di Potenza lo ritenesse tra gli elementi di spicco dell'intreccio politico-malavitoso. Per lui, Blasi, l'ex onorevole-poeta che s'incontrava con il boss Renato Martorano «ma solo per redimerlo e riportarlo sulla retta via», la Camera dei deputati non aveva concesso l'autorizzazione a procedere. «Poi – spiega Montemurro – è subentrata anche la legge Pecorella e così è definitivamente uscito dal processo e dalle indagini». Blasi - a differenza di altri indagati per altri processi in corso, attaccati alle poltrone locali - è stato (apparentemente) costretto a uscire dalla politica attiva, che in Basilicata continua a cementare affari e malavita.
Il capitolo più delicato è però quello del radicamento della mafia lucana che sopravviverà a questa sentenza. «Quando da anni i boss locali si recano in pellegrinaggio in Calabria presso la famiglia Morabito o altre 'ndrine – continua nella sua analisi Montemurro – non possiamo pensare di avere sconfitto la mafia lucana. Abbiamo solo mandato in galera alcune persone». I Basilischi, insomma, sopravviveranno a se stessi e l'appello di una società civile assente è affidato alle parole di don Marcello Cozzi, responsabile regionale di Libera, che ha appena mandato alle stampe Quando la mafia non esiste - Malaffare e affari della mala in Basilicata. «Il rischio - spiega Cozzi - è che ora la classe politica e dirigente si senta appagata da questi arresti e volga lo sguardo da un'altra parte continuando a fare ciò che faceva prima. Bisogna alzare la guardia che, va riconosciuto, in questi anni è stata tenuta alta soprattutto dalle Forze dell'Ordine e dalla magistratura. Ora spetta a noi fare il resto».
  CONTINUA ...»

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