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Addio a Giorgio Mondadori, l'erede di Arnoldo che lasciò Segrate

di Mario Andreose

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11 gennaio 2009

Giorgio Mondadori è morto ieri in una casa di cura a Figline Valdarno, in provincia di Firenze. Figlio di Arnoldo e fratello di Alberto, aveva 91 anni. I funerali si svolgeranno martedì 13 gennaio alle 10.30 al Cimitero Monumentale di Milano.

Era nato nel 1917 a Ostiglia, prima culla dell'impresa mondadoriana, Giorgio, secondogenito di Arnoldo. Al pari del fratello maggiore Alberto ebbe, in ambiti diversi, un ruolo significativo nell'ascesa e declino che segnarono i decenni della gestione familiare. Valutate le attitudini dei due figlioli, Arnoldo, che aveva perso la speranza di vederli laureati, li spedì uno in «Redazione» e uno in «Tipografia»: siamo verso la fine degli anni Trenta e la Casa editrice è in piena espansione e in ottimi rapporti con il regime.
Nella tipografia di Verona, Giorgio trova modo di partecipare ben presto allo sviluppo industriale che porterà lo stabilimento a dimensioni europee, transitando sempre vantaggiosamente tra Guerra fascista e Dopoguerra del piano Marshall. Negli anni Sessanta, sedotto, come altri, dalla filosofia «fai da te», fonda la Cartiera di Ascoli per produrre la carta dei periodici.
A lui si deve anche il conferimento a Oscar Niemeyer del progetto per la nuova sede di Segrate, forse non privo di spirito di emulazione per il nuovo edificio che i fratelli Fabbri avevano costruito in via Mecenate. Cristina Mondadori nel suo libro Le mie famiglie ci racconta che quella di Giorgio era una posizione «piuttosto difficile, avendo davanti a sé un fratello maggiore geniale e un padre dalla personalità così forte». A Giorgio però il destino riserva un momento di protagonista quando, nel '67, Arnoldo lo preferisce ad Alberto per la sua successione.
Come presidente Giorgio fa in tempo a partecipare al progetto del nuovo quotidiano «La Repubblica» in collaborazione con il Gruppo l'Espresso. Ma la sua è una presidenza poco incisiva e di breve durata. Scomparso Arnoldo, Alberto uscito di scena per dedicarsi alla "sua" casa editrice Il Saggiatore, le sorelle Mimma e Cristina, con l'appoggio della madre Andreina, ormai azioniste di maggioranza, preferiscono affidare l'azienda a Mario Formenton, marito di Cristina, che aveva già sostituito Giorgio a Verona. Come chiunque abbia lavorato nel l'editoria, Giorgio non aveva perso il "vizio" e così, nell'età della sua longeva pensione, aveva rilevato alcuni periodici di settore per farne un proprio omonimo gruppo.

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