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L'addio di Veltroni: «Io lascio, ma il Paese ha bisogno del Pd»

di Nicoletta Cottone

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18 febbraio 2009
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È il giorno dopo. Quello dell'addio di Veltroni dalla guida del Pd, ma anche quello dei bilanci. Dopo la débacle del Pd in Sardegna, dopo le dimissioni di Veltroni dalla segreteria del Pd. Mentre il partito è sotto choc, Veltroni spiega al Tempio di Adriano, le motivazioni delle sue dimissioni. Spiega che lascia, ma il Paese ha bisogno del Pd. Dice che sperava di realizzare un partito nuovo e aperto. Si scusa per non avercela fatta. «Ho fatto il possibile, ce l'ho messa tutta, ma non è bastato. Mi scuso di questo». Sottolinea che il vero segno distintivo del Pd è la vocazione maggioritaria. Continua a sognare l'America di Obama. L'Italia, dice Veltroni, «ha bisogno di un cambiamento profondo e radicale e mai come oggi la nostra storia, le nostre stesse biografie, devono essere al servizio di questo in modo che anche nel nostro paese possa accadere quanto accade negli Stati Uniti». Difende le diversità che convivono nel partito. «Abituamoci - dice Veltroni - che un grande partito è luogo di diversità», non è una caserma. Ma dice anche che «nel centrosinista c'é bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti di più una squadra». Chiede di superare personalismi e divisioni e trasformare la sinistra: «da salottiera deve recuperare il rapporto con la società reale, da giustizialista deve abbracciare il valore della legalità, da pessimista e conservatrice a un centrosinistra innovatore». E indica la rotta. «Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all'avanzare di forze e energie nuove, a esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori». Dice di essere «più uomo di governo e delle istituzioni che uomo di partito».

Attacca il premier. «Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società perchè con i suoi mezzi ha stravolto il sistema dei valori e ha costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». L'opposizione, dice, «deve essere molto dura, nei confronti di Berlusconi e della sua visione della società». Il ricordo più bello? La manifestazione del 25 ottobre con le bandiere del Pd che sventolavano, simbolo della consapevolezza della gente dell'identità democratica, che a volte è mancata nella classe dirigente del partito. «Lascio - dice - senza sbattere la porta». Le dimissioni sono state una «scelta giusta per mettere al riparo il Pd da ulteriori logoramenti. Perché serve un nuovo clima per costruire quella solidarietà» interna che é necessaria al progetto del Pd. «A chi viene dopo di me - chiude Veltroni - non chiedetegli con l'orologio in mano di ottenere dei risultati. Un grande progetto politico si misura nel tempo».

Veltroni tornerà a fare il «militante», semplice deputato nelle file del partito. A Dario Franceschini il compito di illustrare il percorso da seguire: il coordinamento del partito traccerà la rotta per i prossimi mesi, affidando probabilmente la reggenza proprio a Franceschini fino al congresso. Che molti vogliono prima delle elezioni europee, perchè la reggenza potrebbe rappresentare un limbo che premierebbe la logica oligarchica che ha abbattuto il partito. Il coordinamento del Pd ha convocato per sabato 21 febbraio l'Assemblea nazionale del partito per prendere atto delle dimissioni di Walter Veltroni ed eleggere un segretario reggente fino al congresso.

Walter Veltroni lascia un partito indebolito dalla sconfitta sarda e da mesi di navigazione difficile tra questione morale, divisioni e litigi locali e nazionali. Aleggia il rischio scissione. Sono in molti a temere che l'addio di Veltroni segni un punto di non ritorno con il rischio, evocato da Rosy Bindi, che «si torni ai due partiti» e l'avviso dei rutelliani che senza Veltroni il partito è a rischio.

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