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Finisce nel sangue l'avventura dell'ultimo re dei cereali

di Paolo Madron

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16 aprile 2009

Diceva di lui Guido Carli, uno che notoriamente lesinava gli encomi a quando fossero strettamente necessari, che Franco Ambrosio, assassinato ieri con la moglie nella sua villa di Posillipo, era, oltre che imprenditore verace, un genio del trading. Non quello delle azioni, ma delle granaglie, nel cui commercio eccelleva almeno quanto se non più di Serafino Ferruzzi, che sui silos piantati in mezzo mondo e sulle spericolate operazioni alla Borsa merci di Chicago aveva costruito un impero. Ma se suo genero Raul Gardini, per via di un catastrofico azzardo sui prezzi, cadde sulla soia, ad Ambrosio fu fatale la foia di far da grande elemosiniere della politica sempre in caccia di denaro. Quando già la Prima Repubblica era agli sgoccioli, il fondatore di Italgrani ne elargì ecumenicamente a tutti: partiti di governo e opposizione, correnti e sottocorrenti, professionisti e grand commis ministeriali, mantenendo però un candore di fondo che i suoi nemici spacciavano per finta ingenuità. Il suo motto, "pensiero e dazione", lo vedeva naturale interprete di un così va il mondo di fronte al quale lo scandalizzarsi destava meraviglia.

Altrimenti non si spiega, raccontava il suo vecchio amico e conterraneo Paolo Cirino Pomicino, perché mai, depositario di un pacco di CcT della famosa provvista Bonifaci (che portò Ambrosio a incrociare lo scandalo Enimont, la madre di tutte le tangenti), fosse andato come se nulla fosse a cambiarli nella banca sotto casa.

Quando, ieri mattina, le agenzie hanno battuto le prime notizie dell'orribile morte sua e della moglie, è stato come squarciare un velo su un passato molto più remoto di quel che la cronologia dei fatti non riveli. Il fallimento Italgrani risale all'ottobre del 1999, ma le gesta di molti dei suoi protagonisti di allora, in primis lo stesso Ambrosio, sembravano relegate anzitempo all'oblio. E come da un vecchio album sono saltati fuori ritagli di cronaca che intrecciano nomi e istituzioni, episodi e vicende il cui canovaccio si sarebbe riproposto con poche varianti negli anni a seguire. Uno su tutti, il rapporto che legò Ambrosio a Paolo Mario Leati, patron della Lombardfin, nonché detentore del poco commendevole primato di unico italiano condannato per insider trading alla Borsa di Chicago, quella appunto dove Gardini e il capo di Italgrani rivaleggiavano senza esclusione di colpi.

Ma il vero colpo, secondo la procura di Napoli che lo condannò per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta, l'imprenditore di San Giuseppe Vesuviano lo commise tramutandosi da esperto di mais in infaticabile riciclatore di denaro. Un diabolico tessitore capace, dietro la sua tela di società off shore, di far sparire centinaia di miliardi finiti poi nelle sue tasche o a finanziare chissà chi. «Attenzione – segnalava l'ordinanza che nel 2001 lo portò in carcere – Ambrosio si presenta come un'anima candida, ma è invece uno capace di maneggiare affari per centinaia di miliardi». Come se maneggiare affari, secondo il piglio inquisitorio delle Procure, fosse sinonimo di criminalità, quando dirimente è il modo in cui si fanno gli affari.

E qui il modo ricorda, in sedicesimo, quello della vicenda Parmalat, del cui fondatore cavalier Calisto Tanzi l'altrettanto cavaliere del lavoro Ambrosio fu grande sodale. Anche nel caso di Italgrani c'è un industriale che dal niente ha tirato su una multinazionale da 2.500 miliardi di lire di fatturato, ci sono le banche che lo hanno generosamente finanziato oltre l'evidenza del cattivo stato dei suoi conti, e una selva di professionisti border line e faccendieri che della sua prodigalità hanno fatto bisboccia.

Risultato, la clamorosa chiamata in causa di società e nomi indicati come complici della trama, a cominciare dal Banco di Napoli, all'epoca ancora sinonimo del mefitico abbraccio tra credito e clientele in quel Mezzogiorno in cui l'affare spesso confina col malaffare. La prodigalità verso Ambrosio costò al suo direttore generale, Federico Pepe, banchiere di perizia non inferiore alla grande considerazione di sé, l'onta dei domiciliari. O di Pierdomenico Gallo, fondatore di Meliorbanca, la cui consulenza al tentativo di salvataggio della Italgrani fu giudicata dagli inquirenti come connivenza al plot criminale di Ambrosio.

Il quale, come tutti gli imprenditori veraci e un po' sognatori (fu lui, e non Gardini, l'antesignano della benzina verde), cercò di ricomprarsi ciò che gli era stato tolto non per richiesta dei creditori, ovvero le banche, ma dei magistrati. «I Ferruzzi stavano molto peggio di me – commentò allora – ma Mediobanca stese sopra di loro la sua ala protettiva». Dimenticando che quell'ala tanto protettiva non fu, visto che la famiglia di Ravenna venne messa alla porta da Enrico Cuccia e perse tutto.

Ma i ritorni, tranne qualche felice eccezione, vedi Barilla, sono sempre molto peggio della prima volta. Quello di Ambrosio, poi, non fu un ritorno vero e proprio, quanto un maldestro tentativo con cui, nascosto dietro società fantasma e millantando di avere dalla sua blasonate istituzioni - nell'occasione fu la Barclays - si presentò al liquidatore per riprendersi la sua creatura. Quella volta, era il 2001, a interrompere brutalmente la sua voglia di rivalsa pensò la guardia di finanza di Bolzano. Tre anni dopo, a comprare Italgrani fu l'ex presidente di Assolombarda, Benito Benedini.

16 aprile 2009
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