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Cosa sfugge alla stampa estera nelle critiche all'Italia

di Miguel Gotor

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12 ottobre 2009

Chi legge in queste settimane i principali giornali stranieri ha l'impressione che non riescano a comprendere con equilibrio, e dunque a raccontare con esattezza, il nostro paese ai loro rispettivi pubblici nazionali. Il più delle volte si accostano all'Italia mescolando sguardo folklorico e superficialità, malcelato senso di superiorità e sciatteria analitica, moralismo e disattenzione, oscillando tra l'antico disprezzo per the Italians/les Italiens/los Italianos e l'ostentazione di un aristocratico distacco.

Manca lo sforzo di spiegare che Berlusconi è al governo non solo in virtù di un evidente strapotere mediatico-informativo e del conflitto di interessi, ma soprattutto perché garantisce e rappresenta interessi concreti e reali di ampie fasce della popolazione nel paese e perché non esiste un'alternativa politica credibile nell'altro fronte, in grado di proporre una diversa, e più convincente, idea di Italia.

Tale situazione favorisce la saldatura tra l'anti-italianismo dei commentatori stranieri e l'elitarismo di un pezzo di cultura italiana che ama il proprio paese, ma al tempo stesso lo rifiuta, perché lo vorrebbe diverso da ciò che è. A costoro gli italiani piacciono solo se sono in pochi, i proverbiali quattro gatti, una miagolante e raffinata minoranza illuminata che si muove al ritmo della marcetta dell'eterno Gaber: «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono», tra nostalgia opportunista e il qualunquismo colto.

Non sappiamo se il declino di Berlusconi sia cominciato, ma se così fosse siamo certi che sarà un processo lento e irto di asprezze. Ne è un ulteriore indizio lo scatto con cui il premier modula la comunicazione grazie a un parasillogismo populistico: l'Italia è con me e quindi chi è contro di me è anti-italiano; chi parla male di Berlusconi, parla male dell'Italia. E ancora: i giornali stranieri stanno sputtanando l'Italia, ma la democrazia, la ricchezza produttiva del paese e il presidente del Consiglio sono una cosa sola: prendere o lasciare.

A ben guardare, ad alimentare il coro anti-berlusconiano della stampa estera c'è un sentimento anti-italiano profondo che è un fattore culturale di lunga durata. Il presidente del Consiglio con i suoi comportamenti fa di tutto per non smentirlo e i commentatori stranieri si sentono invitati a nozze: c'è chi torea, chi gioca di scherma e chi fa caccia alla volpe, in base alle specialità sportive nazionali. La preda resta l'Italia. Sembrerà curioso, ma gioca anche un sentimento di invidia per un paese che, nonostante tutto, riesce a rimanere a galla.

Se volgiamo lo sguardo agli ultimi cinquant'anni di storia europea sono accadute cose semplici e inspiegabili: l'Italia è la settima economia del pianeta, malgrado abbia perduto una guerra e sia uscita da vent'anni di dittatura; nello stesso arco di tempo la Francia e l'Inghilterra hanno visto sbriciolarsi secolari imperi, sogni di gloria e le velleità che alimentavano la loro politica mondiale; per non parlare della Spagna, che l'impero l'ha perduto tre secoli fa e sembra non essersene ancora accorta malgrado il crack immobiliare.

Qualcosa sfugge agli osservatori stranieri: tra l'Italia di Berlusconi che urla al golpe e l'altra che urla al regime, c'è la maggioranza di questo paese, indignata nel vedere la propria nazione alla berlina dell'opinione pubblica internazionale, ma allo stesso tempo scettica sugli argomenti del governo.

L'anti-italianità viene da lontano, perché la crisi dello Stato nazione non è stata certo accompagnata da un affievolimento degli stereotipi etnici con cui da secoli ci guardiamo in cagnesco gli uni con gli altri. Esistono carte politiche europee, ma anche mappe mentali, psicologiche e antropologiche i cui confini sono invisibili, ma solidissimi, tracciati da luoghi comuni e antiche rivalità mai sopite.

Fra i tanti viaggiatori, scrittori e analisti che descrissero il meccanismo di decadenza italiana un posto privilegiato spetta allo svizzero Sismondi che all'inizio dell'Ottocento ebbe l'accortezza di coniugare l'intelligenza della critica con la speranza di risorgimento. Ai suoi occhi l'Italia era un «semenzaio di nazioni», una terra di morti e di sopravvissuti, ammirabile solo in virtù di un suo perduto passato repubblicano. Il problema non era solo costituito da una religione ridotta a un formalismo superstizioso, da sistemi educativi inefficaci in quanto privi di meritocrazia (nel 1807!), ma soprattutto da una legislazione corrotta e arbitraria: «L'Italia è probabilmente il solo paese del mondo in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, è una condizione richiesta per esercitare una data autorità».

Ma poi aggiungeva una nota di speranza in cui risiede la sua imperitura originalità: «Ma dovremo noi incolpare gli italiani dello stato deplorabile in cui sono caduti? [...] Ammirare invece noi dobbiamo tutto ciò che ancora rimane a questa nazione [...] che non ha perduto il seme delle grandi cose». Ammirare tutto ciò che ancora rimane di questa nazione che non ha perduto il seme delle grandi cose, duecento anni dopo e più: cari giornalisti stranieri, caro presidente Berlusconi, sia consentito un consiglio, rileggetevi Sismondi.
miguel.gotor@unito.it

12 ottobre 2009
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