Un paese dove meno della metà delle donne lavora, dove per 100 giovani ci sono 143 anziani e dove ancora in pochi scelgono di frequentare l'Università. Sono questi alcuni dei dati, riferiti al 2008, che emergono dal rapporto Istat "Noi Italia. Cento statistiche per capire il paese in cui viviamo», presentato oggi a Roma. Un lavoro che offre un quadro di insieme dei diversi aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paesi collocandolo in un contesto europeo e tenendo conto delle differenze regionali che lo caratterizzano. Un insieme di indicatori, raccolti in 112 schede e distribuiti su 18 settori di interesse che spaziano dall'economia alla cultura la mercato del lavoro, alla qualità della vita, all'ambiente, alla finanza pubblica.

Occupazione femminile ferma al 47,2%.
I livelli di occupazione nazionale sono al di sotto delle medie europee, soprattutto per quanto riguarda le donne. Nel 2008 in Italia era occupato il 58,7% della popolazione nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni. «Permangono notevoli le differenze di genere: le donne occupate sono il 47,2% della popolazione di riferimento, gli uomini il 70,3%», si legge nel rapporto, dove si evidenzia che «il tasso di occupazione nel 2008 ha segnato una battuta di arresto dopo un lungo periodo di crescita. I livelli dell'occupazione nazionali restano distanti dai traguardi fissati a Lisbona e ben al di sotto delle medie europee, soprattutto per quanto riguarda la componente femminile». E ancora, nel 2008 il tasso di occupazione della popolazione in età tra i 55 e i 64 anni è pari al 34,4%, in aumento rispetto al 2007. «Nello stesso anno nell'Unione Europea, il tasso di attività della popolazione di 15-64 anni è pari al 70,9%. L'Italia con il 63% si colloca al quartultimo posto della graduatoria a 27 paesi». Dopo oltre un decennio, inoltre, per la prima volta «la disoccupazione è tornata ad aumentare, portando ad un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,1% del 2007 al 6,7% del 2008». Tuttavia, il tasso di disoccupazione rimane «inferiore a quello medio dei paesi» della Ue a 27 (7,0%).
A livello di povertà, nel 2008 gli individui poveri sono poco più di 8 milioni e corrispondono al 13,6 per cento del complesso della popolazione; più di due terzi vivono nel Mezzogiorno.

Siamo il secondo paese più «anziano» d'Europa.E uno dei meno istruiti
Al primo gennaio 2009 ci sono in Italia 143 anziani ogni 100 giovani e in Europa «solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato». Con quasi il 12% dei 500 milioni di abitanti dell'Unione Europea l'Italia è il quarto paese per dimensione demografica. A partire dal 2001, sottolinea l'Istat, la popolazione ha ripreso a crescere dello 0,7% l'anno per effetto della crescita delle nascite e, soprattutto dell'immigrazione. La regione più anziana è la Liguria, la più giovane la Campania. Il rapporto tra popolazione giovane e anziana e popolazione un' età attiva supera nel 2008 il 51%, uno dei livelli più elevati dell'Unione. Nel 2008, le persone potenzialmente in uscita dal mercato dal lavoro sono il 20% in più di quelle potenzialmente in entrata.
Nel 2008 il 47,2 per cento della popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio più elevato soltanto la licenza di scuola media inferiore, valore che – nel contesto europeo – colloca il nostro paese distante dalla media Ue27 (28,5 per cento), nelle peggiori posizioni insieme a Spagna, Portogallo e Malta.

Lo stato delle imprese: il rapporto con le banche, l'occupazione irregolare, le pmi.
La solvibilità delle imprese che sono ricorse al finanziamento bancario è sistematicamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. Nel rapporto si sottolinea come sul fronte della solvibilità «la maggiore rischiosità si riflette sui livelli dei tassi di interesse, mediamente superiori di circa un punto percentuale indipendentemente dalla durata del prestito». L'Istat rileva anche come nel 2008 l'Italia detenga il 7,9% dei flussi di esportazione intra-Ue e una quota pari all'11,6% delle esportazioni di paesi Ue verso il resto del mondo.
Nel Mezzogiorno quasi un lavoratore su cinque può essere considerato irregolare. Nel 2007, secondo i dati dell'istituto, la quota di unità di lavoro irregolari è pari, in Italia, all'11,7%, in calo rispetto al biennio precedente.
Per quanto riguarda il settore pubblico, rappresentava nel 2008 il 14,4% della forza lavoro impiegata, poco più di un punto percentuale in meno rispetto al 2000. Lo scrive l'Istat aggiungendo che «questo valore colloca il nostro paese nella parte bassa della graduatoria europea (ventitreesimo posto)».

I dati sull'immigrazione
Le concessioni di cittadinanza italiana agli immigrati sono state nel 2008 poco meno di 40mila. Il dato, sottolinea l'istituto, risulta in crescita contenuta rispetto al 2007, dopo un forte incremento registrato nel 2006. I cittadini stranieri in possesso di un valido permesso di soggiorno erano nel 2007 poco più di due milioni, mentre, al primo gennaio 2009 la popolazione residente straniera era di questi quattro milioni di persone, il 6,5% della popolazione residente in Italia, quasi il doppio rispetto al 2001. Circa il 51% degli stranieri possiede un titolo di studio fino alla licenza media, il 38,4% ha un diploma di scuola superiore e il 10,5% una laurea.

Innovazioni in vista per l'Istat. «Ma mancano i fondi del Governo»
L'indice calcolato da Istat sull'inflazione «sarà profondamente ripensato in termini di classificazioni e i capitoli di spesa saranno più moderni». Così il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, annuncia una revisione straordinaria dell'indice nel 2010. Inoltre, a partire dal 2011, saranno disponibili delle analisi per tipologie di famiglie e gruppi socio-economici, come ad esempio i pensionati.
Per il censimento della popolazione, delle attività produttive e delle abitazioni del 2010 «non ci sono i finanziamenti. Spero che governo e parlamento sanino rapidamente questa situazione»., ha detto Giovannini. «Penso che l'Italia - commenta - non vorrà non fare il censimento incorrendo così in una infrazione europea. Non farlo ha diverse conseguenze anche pratiche e vuol dire bucare dieci anni di trasformazioni economiche, un rischio che non possiamo correre». Il governo ha stanziato 128 milioni di euro per il censimento dell'agricoltura ma mancano ancora le risorse per quello della popolazione.

 

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