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Virginia, la rivincita dei valori americani

di Mario Platero

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12 febbraio 2008
Foto del monumento a Thomas Jefferson alla University of Virginia

CHARLOTTSVILLE – George Washington aborriva la monarchia, le dinastie. Per primo stabili' che il Presidente non poteva governare per piu' di otto anni in due mandati. Thomas Jefferson diffuse nei sui scritti le idee fondamentali di liberta' e uguaglianza per una societa' ideale che potesse guardare sempre alla di la' delle classi e della razza. James Madison era convinto che ci dovesse essere una separazione forte tra i poteri: era contro la presidenza "imperiale", sapeva che nella natura umana lasciata a se stessa, l'egoismo avrebbe prevalso sull'altruismo. Tutti e tre erano della Virginia. Tutti e tre sono fra i Padri Fondatori della Repubblica. I loro valori, le loro tematiche sono da sempre una costante centrale dell'Esperimento Americano. Valori che, negli ultimi anni, nel business, nella politica, nella guerra, sono stati calpestati: i temi "presidenza imperiale", "dinastie" alla guida del Paese, "sperequazione" tra le classi, si sono insinuati nella politica della Repubblica, nella vita di ogni giorno degli americani. E sono diventati centrali nel dibattito per la Casa Bianca del 2008. Per questo il cuore della Virginia batte forte: le primarie di oggi, le primarie del "Potomac" (il nome del fiume, oltre alla Virginia voteranno anche Maryland e Washington D.C.) saranno anche un referendum sui valori piu' profondi del Paese. E Washington, Jefferson, Madison, saranno anche loro li' a guardare attraverso il loro punto di riferimento morale di oggi, la University of Virginia (U.Va), a Charlottsville:" La gente lo dimentica, perche' ormai appartengono a tutti, ma quei valori sono nati qui, in queste terre", dichiara George H. Gilliam, 63 anni, un virginiano "Doc", il responsabile del Forum politico del Miller Center of Public Affairs. E aggiunge:" C'e' anche un apparente paradosso, erano gentiluomini colti, curiosi, aperti, intelligenti, ma avevano gli schiavi e le piantagioni di tabacco. Eppure, allo stesso tempo, riuscivano a immaginare un mondo ideale". Incontriamo Gilliam vicino al Campus, con la moglie, Page. Sono entrambi di formazione giuridica, entrambi sostenitori di Barack Obama. Di Jefferson, ammette la signora Page, si dice che "He talked the talk, but did not walk the walk". Come dire: predicava bene a razzolava male. Aveva scarsa considerazione dei neri e si concedeva numerose amanti di colore. Da una di queste, Sally Hemmings, ha avuto almeno un figlio. E attraverso una ricostruzione del Dna originario si e' potuti risalire ai discendenti afroamericani di Jefferson. Ma quelli erano altri tempi. E un altro afroamericano, che per primo si e' cimentato nelle corse presidenziali, il reverendo Jesse Jackson, ando' in pellegrinaggio proprio a Monticello, la casa di Jefferson, per liquidare le polemiche:"L'importante e' che ci abbia dato le parole, gli scritti, il sogno: senza quel "talk" non saremmo arrivati dove siamo arrivati oggi". " In effetti e' anche grazie al "talk" di Jefferson se Barack Obama e' arrivato dove e' arrivato – continua Page Gilliam – Siamo per lui perche' rappresenta il nuovo, perche' e' il piu' bravo, perche' e' un trascinatore, ma anche perche' rappresenta un appuntamento con la storia, la realizzazione degli ideali jeffersoniani. E non dobbiamo dimenticarlo mai: sono quegli ideali che possono dare al Paese quel senso di possibilita', di giustizia, di merito che oggi non abbiamo piu'". " Non e' solo Jefferson – interviene il marito George - ci sono gli altri, Washington, Madison. E' vero che chiudiamo sempre ogni riunione formale dell'Universita' con un bridisi a Mr. Jefferson. E' anche vero che Obama e' l'antidoto contro le dinastie temute da Washington, e' il motore per l'uguaglianza che cercava Jefferson e' la promessa per un ritorno all'altruismo contro il dominio dell'egoismo degli ultimi anni. Io spero che vinca lui, le primarie e la presidenza". John Casey, 69 anni, e la moglie Rosamond sono d'accordo sui principi, sul malessere del Paese, sul bisogno di chiudere gli anni di Bush, di avere una presidenza democratica. Ma vogliono Hillary. John e' professore di letteratura alla U.Va, e' uno scrittore, ha vinto il National Book Award per il suo libro "Spartina" ha laureato studenti che a loro volta hanno vinto National Book Award, Pulitzer e altri importanti premi letterari:" Hillary e' una garanzia, e' l'esperienza, risponde alla necessita' di rimettere le cose a posto e sa come farlo. E' un po' cattivella? Tanto meglio: alla Casa Bianca non ci vogliono dei bonaccioni. Ma se lo immagina lei Obama a confronto con Putin? Quello se lo mangia in un boccone. Ma Hillary…! Lei si' che avra', ne sono certo, quell'autorita' che Obama non ha". " Sulla carta Obama e' un bel sogno – aggiunge Rosamond, un'artista che insegna alla scuola d'arte di Charlottsville – ma chi c'e' attorno a lui? Cosa sappiamo della sua preparazione in politica estera? Le sue sono parole bellissime, la sua immagine e' bellissima, riesce a motivare i giovani. Ma ho paura che si tratti di molto fumo e poco arrosto, non si vive di sogni". "Sono anche convinto che alla lunga gli elettori si renderanno conto che la sostanza e' dalla parte di Hillary – interviene John - Anche lei rappresenta l'affermazione dei valori dei padri fondatori, sarebbe la prima donna alla Casa Bianca, rappresenta il merito, di certo non bastava il traino di Bill per farla arrivare dove e' arrivata, e' per l'uguaglianza. Noi speriamo davvero che vinca lei". Tra queste due famiglie democratiche della stessa universita' schieratre su fronti opposti interviene il moderatore, Larry Sabato il direttore del centro per la politica dell'universita': "Vorrei uscire dallo stretto dibattito su chi meglio rappresenta l'eredita' dei padri fondatori – dice - Anche John McCain li rappresenta alcuni di quei valori, che sono tanti e diversificati". Incontriamo Sabato nel suo ufficio al campus di U.Va. Sabato vanta un record: e' il politologo piu' intervistato d'America e ieri ha ospitato Hillary Clinton nella sua classe. " Obama – continua - rappresenta l'ideale americano dell'uguaglianza, Hillary quello della parita' fra i sessi, McCain e' il soldato cittadino, l'eroe. La sensazione e' che entrambi i partiti abbiano dimostrato di avere la forza per il cambiamento ed e' questo che anima il dibattito, nel in campus".
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