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Lo staff di Obama al centro
di una girandola di malumori

di Mario Margiocco

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13 febbraio 2010
Timothy Geithner

Solo Ronald Reagan ha dovuto affrontare nel suo primo anno un malcontento economico paragonabile a quello che assedia la Casa Bianca di Barack Obama. Dopo il voto novembre quasi certamente ci saranno dei cambiamenti

Solo Ronald Reagan ha dovuto affrontare nel suo primo anno un malcontento economico paragonabile - comunque inferiore - a quello che assedia la Casa Bianca di Barack Obama. Ma non c'era nel 1982, un anno dopo l'insediamento, il tam tam che c'è oggi sul prossimo destino di alcuni dei più stretti collaboratori del presidente, presto costretto si sostiene a cambiare qualcuno per allontanare da sé lo scontento degli elettori.

Sul ministro del Tesoro Timothy Geithner si spara da tempo, al Congresso e nei media, e neppure il direttore del National economic council, Lawrence Summers, già ministro con Clinton, è stato risparmiato. E' abbastanza logico perché un terzo degli americani, stando ai sondaggi, mette al primo posto fra le preoccupazioni la crisi occupazionale e al secondo l'economia e solo al quarto la riforma sanitaria, e quindi sono gli uomini dell'economia a essere i primi nel mirino. La ripresa del lavoro era stata promessa un anno fa per l'autunno, e in tardo autunno è stata promessa per la primavera 2010. Se non ci sarà, qualche testa potrebbe cadere. Anche se siamo ormai in camapgna elettorale a Obama cercherà di non cambiare nulla fino novembre, quando si vota. Sarà un megasondaggio sul presidente, come capo dell'esecutivo e del partito, se le cose non cambiano.

Ma è tutta la squadra presidenziale in discussione e la prima grossa bordata è arrivata a inizio febbraio sulle pagine del Financial Times. Edward Luce, capo dell'ufficio di Washington, ha scorticato il capo dello staff Rahm Emanuel, i superconsiglieri David Axelrod e Valerie Jarrett, tutti e tre del team dei chicagoans, e il portavoce Robert Gibbs. Più adatti a fare campagna elettorale che a governare è stato il giudizio che Luce ha raccolto "con dozzine di interviste tra i più stretti alleati e amici" che il presidente ha a Washington. Emanuel in particolare è descritto come un negoziatore pronto a negoziare su tutto ma che non ha ancora raggiunto un risultato sui due dossier di fondo, la riforma sanitaria e quella finanziaria. Gli è mancato l'aggancio non con il Congresso, ma con l'opinione pubblica. E la sua strategia che puntava a una vittoria sulla sanità da trasformare in vittoria sulle regole finanziarie e sul dossier ambientale è chiaramente nei guai. Il problema, conclude il Financial Times, è con i quattro del "primo cerchio", che con Obama vivono in simbiosi.

Edward Luce fa mol bene il suo mestiere ma è stato speechwriter di Summers dieci anni fa quando questi era al Tesoro con Clinton, e Summers ha vari ulteriori canali con un Financial Times che lo tratta con riguardo. Altri, fra cui due potenti voci online che hanno appoggiato a spada tratta Obama nel 2008 come l'Huffington Post e Politico.com, sono stati più espliciti. Le voci della sinistra democratica, basti citare Robert Kuttner, non fanno prigionieri, dicono che occorre cambiare linea e uomini, e tre per primi: Geithner, Summers ed Emanuel . Venerdì 13 l'Huffington Post ha suonato le campane a morto per quello che doveva essere il perno nella strategia di Emanuel, la riforma sanitaria, dal futuro quanto mai incerto come incerta ormai è l'alleanza stipulata per l'occasione da Emanuel con l'industria farmaceutica. Questa ha speso 100 milioni in lobbismo per una riforma che avrebbe dovuto darle 10 anni di tranquillità e che forse resterà nel cassetto.

Obama parlava duro e votava duro da senatore contro gli interessi farmaceutici e delle asicurazioni sanitarie, ma non c'è molta traccia di questo nella riforma che ha avallato e ora in attesa di testo e voto definitivi al Congresso, ricorda l'Huffington Post.. Ha parlato spesso duro, e durissimo il 21 gennaio annunciando le dure regole del Volcker rule contro Wal Street, ma poi ha lanciato segnali distentivi su un tema che irrita – a dire poco – la maggioranza degli americani, i bonus ai grandi banchieri di Wall Street. Tutti, lo ha detto e ripetuto Geithner, salvati dal contribuente.

O sarà la Casa Bianca a lanciare segnali chiari, questa è la conclusione a Washington, o li lancerà l'elettorato. E a quel punto poche teste saranno sicure.

13 febbraio 2010
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