Botta e risposta tra economisti di fama sul debito pubblico britannico. In oltre sessanta economisti, tra i quali anche premi Nobel, hanno scritto oggi due lettere al Financial Times per sostenere la politica laburista di rinviare al 2011 i tagli alla spesa pubblica per non soffocare la ripresa. Gli interventi di oggi sono una risposta alla lettera pubblicata domenica scorsa da venti economisti a sostegno della politica Tory di avviare subito il giro di vite per non compromettere il credit rating della Gran Bretagna.

Una delle lettere pubblicate oggi dal Financial Times, firmata tra l'altro da Joseph Stiglitz e Robert Solow, definisce «sensata e ragionevole» la strategia del cancelliere Alistair Darling di aspettare che la ripresa si consolidi prima di tagliare la spesa pubblica, sostenendo che «un governo responsabile dovrebbe evitare gesti avventati e shock pericolosi». La storia offre numerosi esempi di un ritiro prematuro, e quindi disastroso, degli stimoli statali, dagli Stati Uniti nel 1937 al Giappone nel 1997.

L'altra lettera, firmata da Lord Skidelsky, professore di economia politica all'Università di Warwick, critica gli economisti che avevano scritto a sostegno dei Conservatori e chiede quale potrebbe essere la reazione dei creditori stranieri se dei «brutali tagli alla spesa fanno ricadere l'economia in recessione».

Paul Krugman si è subito schierato con i firmatari: scrivendo sul sito del New York Times stamattina, il Premio Nobel ha scritto che «è cruciale comprendere che una contrazione di uno o due per cento del Pil nel prossimo futuro non ha praticamente alcun significato per la sostenibilità delle finanze pubbliche, in Gran Bretagna o qui».

Quest'anno il deficit dovrebbe restare entro il limite di 170 miliardi di sterline fissato dal Tesoro, secondo Darling, nonostante gli ultimi dati resi noti ieri che mostrano un "rosso" di 4,3 miliardi di sterline in gennaio, contro la previsione di un surplus di 2,8 miliardi. La notizia ha portato i critici del Governo a sostenere che il deficit britannico rischia di salire al 12,8% del Pil, superando anche la Grecia.