Avvolte nella loro abaya, la lunga veste nera che indossano le donne irachene, riuscivano a passare quasi ovunque con il loro carico di morte, senza essere perquisite. Qualcuna, simulando una gravidanza, superava con facilità i checkpoint, fino a salire le scale degli uffici governativi, luoghi impensabili per un kamikaze uomo. Chi appoggiava la loro missione suicida le definì le "fidanzate di Allah". Qualcuno le chiamò invece le donne invisibili. Perché di loro non restava che qualche resto umano e qualche oggetto: un rossetto, una scarpa. Spesso nessun nome, né video di rivendicazione. Come se non fossero mai esistite.

Le cose ora sono cambiate. Davanti a un inquietante aumento delle donne "martiri", dall'estate del 2008 nella capitale Baghdad in molti checkpoint c'è una donna addetta alla perquisizione delle donne. Fa parte del team "Figlie dell'Iraq". Il suo compito: fermare le fidanzate di Allah. Eppure, ancora oggi, nell'immaginario del mondo arabo è molto difficile accettare che chi dona la vita possa toglierla trasformandosi in ordigno umano. Pensare che chi dovrebbe nutrire un naturale istinto di protezione verso i bambini non si curi di farne strage. «Gli estremisti islamici, in particolare i salafiti, proibivano alle donne di svolgere un ruolo attivo nella Jihad. Dovevano accudire i figli e sostenere i mujaheddin», spiega Murad Batal al-Shishani, esperto di terrorismo dell'Istituto Jamestown Fondation. «La svolta avvenne con l'entrata in campo di al-Qaeda, che in Iraq è la maggiore, se non esclusiva fonte di reclutamento delle shahide (le martiri). I vantaggi sono evidenti: danno meno nell'occhio e l'eco mediatica è molto più forte».

In Iraq le shahide hanno cominciato a colpire prima gli "invasori", i marines. Poi caserme e checkpoint dell'esercito e della polizia irachena, rei di essersi schierati con loro. Nel 2005, quando le violenze interconfessionali spingono il paese sul baratro della guerra civile, sono impiegate per far strage di pellegrini sciiti. L'ultimo episodio lo scorso primo febbraio, sulla strada tra Baghdad e Kerbala. La donna bomba si porta dietro la vita di 50 iracheni, tra cui diversi bambini.

Per quanto oggi l'Iraq sia il paese con più episodi, il fenomeno delle donne kamikaze affonda le radici negli anni 80. Quando è nato aveva poco a che fare con la religione, piuttosto con la lotta di liberazione. La prima donna kamikaze si chiamava Sana'a Youcef Mehaidli. Aveva appena 15 anni, era membro del Partito nazionale pro-siriano, laico. Guidò un'auto imbottita di esplosivo contro un convoglio israeliano in Libano, uccidendo due soldati. Era il 1985. Ne seguirono parecchie. Di molte non si saprà mai nulla, altre saranno ricordate per sempre. Come Thenmozhi Rajaratnam, la giovane militante legata al movimento separatista, e indù, delle Tigri Tamil, in Sri Lanka. Si fece esplodere uccidendo il premier indiano Rajiv Ghandi insieme a 14 persone. Era il maggio del 1991. Le Tigri Tamil, in guerra contro il governo singalese, fecero delle donne kamikaze una colonna della loro milizia. Su 200 attentati, si stima che il 30% circa fu portato a termine da loro.

Il fenomeno delle shahide si diffuse presto in altri teatri di guerra, dal Kurdistan turco alla Cecenia. Le vedove nere cecene fecero la loro apparizione nel 2000. Prima colpirono i convogli russi e poi seminarono il terrore a Mosca. Su 63 kamikaze, 25 erano donne. Meno che in Iraq, ma l'impatto mediatico è stato impressionante. «Le vedove nere - continua Murad - presentano delle peculiarità. Spesso a determinare la loro azione non è la jihad ma una grave lesione dei diritti umani, la perdita di un fratello o di un marito. Tanto che alcune hanno pianificato l'attentato da sole. Una cecena ha ucciso un ufficiale russo senza che nessuno, fino alla fine, sapesse nulla delle sue intenzioni». «Pare che lo stupro costituisca una buona motivazione per l'azione delle kamikaze cecene. In una cultura che enfatizza il valore della verginità e della purezza, nel senso di non contaminazione, lo stupro rappresenta l'estrema perdita», scriveva nel 2006 la psicologa italiana Carla Selvestrel.

Le donne martiri iniziano a seminare il terrore anche in Israele. Il 27 gennaio del 2002 Wafa Idris entra in un negozio di Gerusalemme, chiede il prezzo di un paio di scarpe, e poi aziona il detonatore. È la prima donna kamikaze del conflitto israelo palestinese. Una ragazza comune. Aveva 28 anni, si occupava dei ragazzi handicappati per la Mezza luna rossa. Fu il gruppo delle brigate martiri di al-Aqsa, braccio armato del movimento secolare Fatah, a rivendicare l'attentato. Nulla a che vedere con la jihad. I movimenti salafiti erano contrari. Lo era anche lo sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale del movimento islamico Hamas ucciso in un raid israeliano a Gaza nel marzo del 2004. Due anni prima Yassin criticò aspramente la seconda donna bomba palestinese. «Hamas è tutt'altro che entusiasta dell'impiego delle donne in guerra. Per ragioni di pudore». affermò. Nel gennaio del 2004, Reem al-Reyashi, madre di due bambini di tre e cinque anni, si fa saltare al checkpoint tra Israele Gaza. È la prima shahida di Hamas. Yassin cambia idea: «È un'evoluzione significativa nella nostra lotta. I combattenti uomini stanno affrontando molti ostacoli. Le donne sono come l'esercito di riserva e quando è necessario le usiamo».

Dai Territori Palestinesi all'Iraq il passo fu breve. La prima martire risale all'aprile del 2003, pochi giorni prima della caduta di Baghdad. Poi due anni di tregua, seguiti da un crescendo impressionante «In Iraq l'ideatore delle martiri fu al-Zarqawi. Organizzò una rete clandestina, quasi impenetrabile, di kamikaze, figura pressoché sconosciuta in Iraq», continua Murad. Nel 2006 il ministro degli Interni iracheno diffonde un elenco di aspiranti kamikaze fermate per tempo: sono 122, quasi tutte irachene. Un numero che lascia a bocca aperta. Nonostante gli arresti, gli attentati delle shahide raggiungono il picco tra il 2007 e il 2008, investendo anche le carovane di pellegrini sciiti. Nel febbraio del 2008 due shahide si fanno saltare in area in due affollati mercati di Baghdad: 99 le vittime. Due mesi dopo un'altra kamikaze compie una strage nella città santa di Kerbala: 50 morti. In luglio altre tre kamikaze uccidono 30 pellegrini. Tre mesi dopo la più giovane attentatrice irachena, una disabile di 13 anni. La provincia di Diyala, roccaforte della guerriglia sunnita, è la fucina delle fidanzate di Allah.

In assenza di dati precisi, gli esperti hanno provato a ricostruire l'identikit della donna kamikaze: l'età media varia dai 17 ai 26 anni. La maggior parte non era ancora sposata. Diverse erano vedove di un uomo ucciso in guerra o avevano perso figli. Sarebbero di più quelle con una certa istruzione e una situazione economica agiata. Come l'avvocato Hamady Jaradat, che si fece esplodere a Tel Aviv nel 2004 per vendicare il fratello. I pochi dati raccolti indicano che in Iraq nel 2007 sono morte otto donne kamikaze, nel 2008 30. I dati del 2009 non si conoscono. Ma l'arresto nel gennaio di quell'anno di Samira Jassim, 52 anni, fece scalpore. Avrebbe reclutato 82 donne, e, dopo averne fatte stuprare parecchie dagli uomini della sua cellula, comunicava loro che l'unica via per recuperare l'onore era il martirio. Pochi mesi prima un'altra arruolatrice di shahide, Itisam Adwan, aveva dichiarato: «Ve ne sono ancora molte pronte a eseguire la missione». Propaganda. Ma l'allerta resta molto alta. L'ultimo allarme, lanciato sei giorni fa dall'intelligence britannica, è inquietante. Sarebbe venuto a conoscenza di impianti esplosivi, non rilevabili ai raggi x degli aeroporti, da innestare nelle protesi al seno.

 

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