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15 NOVEMBRE 2007

Riccardo Sorrentino, 43 anni, lavora al Sole 24 Ore dal '92. Dopo un'esperienza in redazione Finanza, dal '99 è agli Esteri dove si occupa di temi di economia internazionale. Ha seguito per il quotidiano numerosi eventi, compreso il G-7 finanziario di Palermo nel 2001, le conferenze ministeriali della Wto a Cancun (2003) e Hong Kong (2005), molti incontri del G-10 a Basilea e diverse riunioni della Bce a Francoforte. È stato inoltre inviato in Olanda, Stati Uniti, Islanda, Ungheria, Singapore, Indonesia, India, Norvegia, Thailandia e Pakistan. Nell'inverno 2003-2004 e nell'estate 2006 ha collaborato dalla redazione di New York. Vive a Milano con Donatella.
riccardo.sorrentino@ilsole24ore.com
Cambia il clima, cala il Pil
15 novembre 2007
A leggere quelle parole, viene un po' paura. Anche perché chi le ha scritte non è l'ultimo dei catastrofisti, ma il prudente Fondo monetario internazionale, la banca centrale delle banche centrali, che ha deciso di affrontare con maggior decisione il problema del clima e del riscaldamento del pianeta. «La distribuzione globale delle piogge probabilmente cambierà - spiega l'Fmi - e si prevede che molte aree già aride diventeranno ancora più aride» in Africa, in Australia, in Asia del Sud, nel Medio oriente e sul Mediterraneo.
MEZZI DI SUSSISTENZA IN PERICOLO
Ulteriori possibili effetti, anche se incerti, effetti sono previsti «anche in molte zone tropicali, come quella amazzonica, così come nella successione delle stagioni (per esempio nei monsoni asiatici), che potrebbero colpire i mezzi di sussistenza di grandi popolazioni umane e le risorse naturali critiche. I rischi di alluvioni sono previsti in crescita a causa di piogge più intense e dell'innalzamento del livello dei mari. La frequenza o la gravità di eventi meteorologici estremi, inclusi uragani, diluvi, ondate di caldo e siccità sono previste in aumento e in modo più serio in Africa, Asia e nei Caraibi».
SOGLIE CRITICHE.
Non è un bello scenario, ed è soltanto il più probabile. Gli esperti, continua l'Fmi, hanno individuato alcune soglie critiche che, « se oltrepassate, determinerebbero in cambiamenti climatici più drammatici, e irreversibili: la possibilità di un rapido scioglimento dei ghiacci, l'inversione della Corrente del Golfo e un disgelo su larga scala della tundra in Canada, Cina e Russia». Con un risultato particolarmente sgradevole: il rilascio di gas metano.
UNA RIDUZIONE DEL 10% DEL PIL
Tutto questo avrà un impatto - in termini di crescita e di flussi finanziari e migratori - importante su tutti i Paesi, anche se incerto nelle quantità: «Le stime degli effetti macroeconomici del cambiamento climatico a differenti livelli di riscaldamento coprono un ampio range di possibili costi economici, dall'irrilevante (o persino positivo per bassi livelli di riscaldamento), a una riduzione del 10% nel Pil mondiale per un riscaldamento globale medio di sei gradi Celsius». Sei gradi sono tanti, se si pensa che cinque gradi sono la differenza tra l'ultima stagione glaciale e oggi, ma l'ipotesi non può essere ignorata, se non altro per la gravità degli effetti.
EFFETTI DIVERSI
Questi costi, inoltre, «potrebbero essere molto diversi da regione a regione» e persino da Paese a Paese: quelli più piccoli e quelli più poveri potrebbero sopportare il peso maggiore. La stima elaborata da Richard Tol dell'Economic and Research Institute di Dublino, indica per esempio, per un aumento della temperatura media di 2,5 gradi, un effetto positivo complessivo legato all'incremento della produzione nei Paesi ricchi, ma anche una riduzione del Pil africano del 4% circa. «A temperature più alte - ricorda ancora l'Fmi - simili aspetti distributivi persistono, anche se gli effetti economici diventano dappertutto negativi (con un range di incertezza più ampio)».
UN CALO DELLA PRODUTTIVITÀ
Più in dettaglio, in assenza di interventi è previsto innanzitutto un calo della produttività, soprattutto nei settori dell'agricoltura, della pesca e del turismo con evidenti riflessi sui conti con l'estero di alcune nazioni; solo le regioni settentrionali potrebbero aver benefici da un aumento della temperatura di 1-3 gradi. È poi immaginabile un calo del Pil: «Un aumento del livello del mare di un metro - aggiunge l'Fmi - ridurrebbe il prodotto interno lordo del 10% quasi in molti Paesi, inclusi Bangladesh, Egitto, Mauritania e Vietnam». I danni generati dalle cattive condizioni atmosferiche potrebbero rendere difficili i trasporti, mentre potrebbero aumentare i flussi migratori e i conflitti, mentre i bilanci pubblici potrebbero andare sotto stress.
IL DILEMMA DEI GOVERNI
Tutto questo escludendo interventi correttivi. Sul banco degli accusati, a torto o a ragione, siedono infatti gli uomini e le donne e sempre più i Governi sono chiamati ad agire. Il mondo politico ha però bisogno di certezze, impresa quasi impossibile in questa materia: lo scenario di base, elaborato da John Reilly del Massachusetts Institute of Technology, indica costi complessivi relativamente bassi, ma le stime considerate meno probabili presentano anche danni molto elevati, persino catastrofici ed è su questi casi estremi, molto squilibrati, che occorre concentrare l'attenzione.
IL PROBLEMA DEL COORDINAMENTO
Con una difficoltà aggiuntiva: «Le conseguenze sociali dell'emissione di gas serra non sono sostenute pienamente da coloro che emettono i gas, ma sono divise tra tutto il mondo, con i Paesi a basso reddito che, probabilmente, saranno più seriamente colpiti. Questo comporta notevoli problemi di coordinamento internazionale». Anche perché, nota William Pizer di Resources for the Future «per le aziende dei Paesi che stanno valutando l'adesione a un'intesa, il problema centrale è se resterebbero competitive con i produttori dei Paesi che non partecipano all'accordo». L'incentivo a non stringere intese è forte.
QUEI 260 ACCORDI INTERNAZIONALI...
Non è allora un caso se il punto di partenza non facilita il compito. Secondo lo statunitense Progressive Policy Institute, un think tank democratico, esistono 98 accordi multilaterali e 170 accordi regionali sul tema dell'ambiente: «Non c'è un'unica organizzazione che abbia una chiara responsabilità per la politica ambientale».
INIZIATIVE LOCALI
Molte iniziative sono addirittura locali come quelle, ricorda l'Fmi, dell'Australia e degli Stati Uniti, che non sono vincolati dal protocollo di Tokyo. «Queste iniziative includono il sostegno allo sviluppo e alla diffusione di nuove tecnologie, o schemi per promuovere l'efficienza energetica. Alcuni Paesi hanno compiuto sforzi per riformare i prezzi energetici e per ridurre la deforestazione».
UNA FINESTRA LIMITATA
Qualcosa di più, però, è necessario, e presto: «La maggior parte degli scienziati - conclude l'Fmi - pensa che ci sia una finestra di 10-15 anni per affrontare il problema delle emissioni».
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