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Oltre i confini
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Alan Greenspan: fortuna o competenza?
30 maggio 2007
Cosa sarebbe successo se... Difficile raccontarla diversamente, la storia economica: ormai gli schemi sono consolidati, la lista dei buoni e dei cattivi è stata scritta. Soprattutto tra i Banchieri centrali, i custodi della politica monetaria, artefici della prosperità e della miseria di un'economia. A nessuno, quasi a nessuno, viene il dubbio che i buoni - persino Alan Greenspan - erano forse solo fortunati, e i cattivi, semplicemente perseguitati dalla cattiva sorte. Se le cose fossero così, a cosa servirebbe la politica monetaria?
LA GRANDE INFLAZIONE NEGLI STATI UNITI
Si prenda un caso classico, la Grande inflazione degli Stati Uniti. Negli anni 70, alla guida della Federal reserve c'era Arthur Burns. Brutto personaggio, si dice: debole, sottomesso al potere politico. Fu nominato da Nixon con la mission di garantire credito facile in vista delle elezioni del '72, e lo fece: drogò l'economia e l'inflazione americana balzò nel '74 al 12,3 per cento.
Poi venne William Miller. Scialbo come il presidente che lo nominò, Jimmy Carter. L'alta inflazione e l'alta disoccupazione rimasero lì, intoccate. Nell'81 l'inflazione salì al 13,5 per cento.
LA GRANDE MODERAZIONE
Due anni dopo, nell'83, l'inflazione era però già scesa al 3,2 per cento. D'un botto. Erano cambiate un po' di cose nel frattempo: quasi alla fine del suo mandato, nel '79, Carter aveva scelto Paul Volcker. Un duro, un "falco", legato nell'immagine più a Reagan, che assunse la presidenza nell'81 che al predecessore democratico. La sua cura per l'economia, tutta lacrime e sangue, costò tantissimo: Volcker non ebbe paura di creare una recessione negli Stati Uniti e nel mondo per riportare i prezzi americani sotto controllo. Dopo di lui, nell'87, Reagan nominò Alan Greenspan, un altro falco, dallo stile sacerdotale e l'eloquio esoterico: proseguì la politica del predecessore. L'inflazione fu domata definitivamente. Così racconta la storia degli ultimi quarant'anni.
GREENSPAN INDIETRO NEL TEMPO
È possibile però sconvolgere questi schemi. Si immagini che negli anni 70 alla guida della Fed ci fossero Volcker e Greenspan, e che negli anni 80 e 90, invece, la politica monetaria fosse nelle mani di Burns e Miller. Cosa sarebbe successo?
La risposta sembra facile. Tanta meno inflazione negli anni 70, tanta di più dopo. E invece no. Non secondo uno studio di un economista della Bce e di un suo collega della Banca di Inghilterra. Luca Benati e Harron Mumtaz hanno fatto un esperimento, presentato nello studio «U.S. Evolving Macroeconomic Dynamics - A Structural Investigation» pubblicato dalla Banca centrale europea. Si sono armati di un complicato strumentario analitico (un modello Var - Vector autoregression - strutturale a parametri bayesiani temporali con volatilità stocastica, più o meno), uno di quelli che gli storici, forse sbagliando, non useranno mai. Hanno trasportato nel tempo le strategie monetarie dei quattro banchieri centrali e sono arrivati alla conclusione - gravida di interrogativi - che le cose sarebbero comunque andate come sono effettivamente andate.
COMPETENZA O FORTUNA?
È un risultato sorprendente. È come dire che le competenze e capacità c'entrano poco nella politica monetaria. Semplicemente - secondo lo studio dei due economisti - Vocker e Greenspan sono stati fortunati, Mills e Miller no. «Le nostre prove - spiegano - indicano un ruolo preminente della buona fortuna nel favorire la situazione macroeconomica, più stabile, degli ultimi due decenni».
Cosa è accaduto, allora? «In primo luogo la Grande Inflazione fu legata, in grandissima parte a grandi shock della domanda, non legati alla politica monetaria. In secondo luogo, "portare Alan Greenspan indietro nel tempo" avrebbe soltanto avuto un impatto limitato sull'episodio della Grande Inflazione: al massimo poco più di tre punti percentuali, al costo di una crescita economica molto più bassa, soprattutto nella seconda metà degli anni 70».
«COSTI QUEL CHE COSTI...»
La politica di Volcker, che volle portare in basso l'inflazione «a qualunque costo», ne esce un po' a pezzi. Se fosse stata applicata durante la Grande Inflazione, avrebbe generato «tre punti in meno di inflazione nella seconda metà degli anni 70, quando essa si muoveva verso il 10%. Non però a causa di più alti tassi di interesse, come sarebbe avvenuto se nello stesso periodo alla guida della Fed ci fosse stato Greenspan. Anche nell'approccio più rigido di Volcker, il costo del denaro ufficiale sarebbe rimasto più o meno vicino a quello reale, e in qualche caso anche più basso. Probabilmente, spiegano i due autori, nella politica del "falco" è stato determinante «l'effetto sulle aspettative della regola monetaria adottata da Volcker». Comunicazione, fiducia e retorica, quindi, più che meccanismi economici.
I "CATTIVI" AL COMANDO
Cosa sarebbe accaduto invece con Burns e Miller al posto di Volcker e Greenspan? A sorpresa, le cose sarebbero andate meglio. Tassi di interesse più bassi, e fino a quattro punti percentuali fino a metà degli anni 80; un'inflazione, a sorpresa, appena inferiore, e una crescita superiore di due punti durante la recessione di Volcker (1980-82) e di pochissimo durante la recessione del '90-92. In contrasto, si sarebbe avuta una crescita più lenta di un punto percentuale durante la transizione tra le "colombe" e i "falchi".
COINCIDENZE SIGNIFICATIVE
I due autori non si nascondono le possibili obiezioni. Ricordano, per esempio, che anche in Gran Bretagna c'è stato un passaggio da un episodio di Grande inflazione a uno di Grande moderazione, legato apparentemente - è stata svolta una ricerca analoga a quella degli Stati Uniti - alla "buona fortuna" dei Banchieri centrali. Eppure anche a Londra, forse più che negli Stati Uniti, c'è stato un forte cambiamento "culturale". Si è passati da «una situazione in cui la politica monetaria era considerata essenzialmente inutile per l'obiettivo di controllare l'inflazione a una in cui, al contrario, era considerata come lo strumento cruciale». Solo coincidenze? Forse no. Forse la politica monetaria è diventata più attiva, più rigida sui prezzi: prima - semplificando - permetteva all'inflazione di seguire percorsi molteplici, forse potenzialmente infiniti; poi però, murato orientamento, questa indeterminatezza dei risultati è diventata impossibile. Il dibattito è ancora in corso.
A CHE SERVE LA POLITICA MONETARIA?
La questione non è accademica. Sciogliere questi dubbi è importante. «Se il grosso della stabilità nella fase post-Volcker dovesse essere attribuito all'impatto di una politica monetaria migliore - concludono i due autori - potremmo allora essere ragionevolmente fiduciosi sul fatto che l'instabilità economica è un ricordo del passato: con la giusta politica monetaria, gli anni 70 non torneranno mai. Se invece, l'attuale e più stabile situazione macroeconomica trovasse origine nel fatto che l'economia americana è stata risparmiata dai grandi shock dei decenni precedenti, anche la migliore politica monetaria non proteggerà gli Stati Uniti dal riapparire della turbolenza macroeconomica». E il discorso, evidentemente, può ripetersi per qualunque altra economia.