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Il professore: internet cambia tutto per tutti

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29 novembre 2007


Forse non è vero che tutto è politica, ma di sicuro l'accordo su «sviluppo e protezione dell'industria dei contenuti sui nuovi network in Francia» fatto da Sarkozy è un atto ad altissima concentrazione di politica. Molto più di quel che traspare a prima vista e per tutte le parti in gioco.
Da una parte, Sarkozy l'américain vuole dimostrare quanto sia sensibile ai problemi che assillano gli amici americani, molto sensibili al tema. Se pensiamo al fatto che la maggiore voce di esportazione Usa è costituita da "diritti" e che questa è un'industria ad alto valore aggiunto nonché politicamente influente, possiamo capire meglio che la lotta alla pirateria online è soprattutto un problema economico e, di riflesso, politico. Inoltre, che male c'è a essere più realisti del re (in Usa una proposta del genere non l'hanno ancora immaginata) se c'è anche il supporto di Denis Olivennes, Ceo di Fnac, un sodale politico? Ma, soprattutto, è un annuncio "forte" e cosa c'è di più "politico" di un effetto-annuncio? Perché al momento è solo un annuncio. E trasformare l'accordo in legge non sarà facile.
L'accordo ha una natura politica anche per le major. È un grande successo che politicamente potrebbe portarne altri. I grandi oligopolisti del mercato dei contenuti, che si lamentano dei ricavi persi, della pirateria montante e dei produttori di device che prosperano a loro spese (Apple in primo luogo) ne avevano davvero bisogno in Europa dove si stava facendo poco di concreto a loro modo di vedere. Mentre tutto cambia per tutti, sembrano chiedere che tutto debba rimanere inalterato. Si agitano molto, ma in definitiva è sempre agli altri che chiedono di fare, investire, proteggere. In un mondo in cui grandi ricchezze si stanno creando (Google, ad esempio) e grandi industrie stanno declinando (come le tlc) difendono una posizione che sembra paradossale e anti-storica prima che velleitaria: chiedono ai politici di legiferare, alla polizia di indagare, ai produttori di device di garantire, ai distributori di contenuti di cambiare, agli Isp di collaborare e ai consumatori di adeguarsi. Ma, a parte chiedere, fanno poco altro.
C'è un riflesso politico anche per i canali di distribuzione di contenuti tradizionali, come i cinema. In nome della lotta alla pirateria con l'accordo di Sarkozy le finestre distributive tradizionali saranno modificate. I film usciranno nelle sale e in forme alternative (dvd, digitale, satellitare) con sfasamenti temporali molto più ravvicinati. È una mossa che da molto aleggiava nell'aria ma era politicamente difficile. I primi tentativi avevano suscitato grandi proteste, ma confezionati così sembrano politicamente e socialmente più accettabili. Loro politicamente hanno perso.
Ci sono conseguenze politiche anche sul fronte degli Isp e delle telecom, che politicamente non possono dire di no perché il P2P è stato uno dei grandi driver dello sviluppo di internet. Ma adesso che si sta entrando in una fase più matura dello sviluppo del web, può essere accettabile fare qualcosa di concreto in merito. Inoltre, tutte le telecom sperano di avere nel proprio futuro un ruolo nel mercato dei contenuti e politicamente occorre pure fare qualcosa per meritarselo.
La parte più variegata è quella del mondo della tecnologia, che in questa iniziativa di Sarkozy un po' subisce l'attivismo delle major e un po' ne approfitta per ottenere fonti di ricavi. Ma ha maturato una profonda consapevolezza della natura utopistica intrinseca nelle posizioni delle major anche se politicamente non può manifestarlo. Così ne approfitta quando può, si adegua quando deve ma sa che il problema non è risolvibile così come viene posto neanche a danno della privacy dei cittadini. La tecnologia ha infinite risorse, il progresso non si può fermare e la rivoluzione digitale ha da tanto tempo superato il suo tipping point. Sanno che come in tutte le rivoluzioni ci saranno vittime e, pure avendo un'idea sulla loro identità, sono così educati da non dirlo.
Ma la vera controparte politicamente sensibile sono i consumatori, ovvero i cittadini. Tra la gente comune la causa delle major è sempre meno popolare. Allora, se è vero che la politica pratica consiste nell'ignorare i fatti, come sosteneva Henry Adams (quindi non è tanto importante se quel che si sottoscrive non sia realizzabile), è anche vero, come diceva Bismark, che la politica (quella vera) è l'arte del possibile. Allora, mi chiedo, quando i politici capiranno che la causa delle major non solo è poco popolare, ma è anche tecnicamente non difendibile, come reagiranno? Forse la scelta di gestire così politicamente il confronto e alzare così tanto il livello del dibattito sarà giudicata sotto una diversa luce.

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