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Jobs, una leggenda dell'hi-tech

di Antonio Dini

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15 gennaio 2009
Steve Jobs
Emozione Apple


Non è l'unico fondatore di Apple (con lui c'erano anche il genio della tecnologia Steve Wozniak e l'anonimo Ronald Wayne, che lasciò dopo poche settimane) né l'inventore del Mac (pensato da Jef Raskin) o dell'iPod (creato da Tony Fadell). Eppure, nessuno come Steve Jobs si identifica più strettamente con l'azienda che ha creato nel 1976.

È, insieme a Bill Gates, il volto più noto del mondo dell'informatica e in qualche modo i due amici-nemici la rappresentano agli occhi del pubblico internazionale. Il Ceo di Apple è anche la figura carismatica che negli ultimi 11 anni abbia guidato Apple e uno dei più spettacolari "secondi atti" della storia del business. Giovanissimo quando crea Apple con Wozniak e Wayne, aveva 21 anni nel 1976, ne viene espulso nel 1985 dall'amministratore delegato John Sculley (ex vicepresidente di Pepsi Cola che lui stesso aveva voluto alla guida dell'azienda), subito dopo aver portato sul mercato il famoso Macintosh, il computer più famoso prodotto dalla casa di Cupertino, in California. La sua colpa, di giovane genio del nascente fenomeno del personal computer è un carattere incontenibile e spesso arrogante, che insieme a scelte aziendali non azzeccate gli aliena il favore del consiglio di amministrazione e degli altri azionisti di Apple, quotata in Borsa a partire dal settembre del 1984.

Nel periodo "dell'esilio", come lo ricordano gli appassionati dell'azienda, un folto pubblico di fedelissimi paragonabili a tifosi delle squadre di calcio o dell'automobilismo, Steve Jobs non sta con le mani in mano. E a cavallo degli anni Ottanta e Novanta fonda due aziende. Next, una sfortunata società di informatica che avrebbe dovuto bissare i risultati di Apple ma in realtà riesce solo a creare le fondamenta del futuro Mac Os X, il sistema operativo di Apple, e Pixar, successo multi-miliardario nella creazione di film in computer grafica come Toy Story, Mostri Spa, Alla ricerca di Nemo, Wall-E poi comprata dalla Disney.

Nel 1997, mentre Apple si trova in profonde difficoltà economiche ed ha cambiato quattro amministratori delegati, Steve Jobs riesce a tornare alla guida dell'azienda con una manovra di mercato da manuale: Apple compra per mezzo miliardo di dollari la sua Next e il nuovo sistema operativo che esordirà nel 2000 sui computer della Mela, e Jobs stesso. Dal suo ritorno alla guida di Apple il manager è molto cambiato: più tranquillo, maturo, controlla il carattere saturnino che lo aveva reso celebre (e aveva portato alla sua estromissione da Apple un decennio prima). Lo studio delle filosofie orientali (Jobs è un convinto buddista e vegetariano) si dice sia la chiave che gli ha consentito di cancellare i suoi difetti.

Soprattutto, Jobs ha le idee molto più chiare sul tipo di strategie e prodotti che servono per far tornare Apple al successo. L'azienda, a un passo dalla chiusura, inizia ad inanellare una serie di successi notevoli. Dapprima l'iMac (1997), il computer che diventa il nuovo simbolo di Apple. Poi una serie di prodotti (computer portatili, accessori, software) uno più popolare degli altri. Fino ai best-seller dei nostri giorni: l'iPod nel 2001 e l'iPhone nel 2007. Tutti best-seller e successi globali.
Apple si trasforma, e oltre a vendere computer si "inventa" anche il business della musica online con iTunes store, aggiungendo poi telefilm e film. Ricrea l'immagine della società. Si getta con più forza nel mercato e accumula sia risultati finanziari molto positivi che una capitalizzazione di mercato enorme, sopravvivendo alla crisi della New Economy a cavallo del 2000 e poi, fino a pochi giorni fa, anche alla recessione che non la colpisce in maniera particolarmente dura.

Molti sono i libri dedicati all'azienda e quasi tutti paragonano la figura di Steve Jobs a quella di un eroe, sia per il suo pubblico che per gli investitori che hanno visto crescere di 1.500 volte il valore del titolo dal 1997 alla scorsa settimana. Ma come tutti gli eroi anche Steve Jobs ha il suo tallone d'Achille: la salute. Con una lettera-chock dell'estate del 2004 per i dipendenti e gli azionisti, Jobs svela al mondo che è in ospedale, a rimettersi dai postumi di una operazione di tumore al pancreas.
Steve Jobs rassicura tutti che l'operazione è andata a buon fine e dopo pochi mesi torna alla guida di Apple. Gli analisti e i commentatori osservano che, senza Jobs Apple non sarebbe la stessa e il titolo in Borsa oscilla decisamente. C'è chi sostiene che Jobs valga almeno metà del prezzo delle azioni o, ma si tratta di esagerazioni, che senza di lui la società sia condannata senza possibilità di scampo al fallimento. Quello che viene rimproverato allora ad Apple è di non aver mai lavorato al "piano B", alla successione di Steve Jobs. E infatti l'uomo, che accentra su di sé tutta la vita dell'azienda e ne è il volto pubblico durante le conferenze come quella di gennaio a San Francisco, il Macword, un vero e proprio show in cui in due ore vengono presentati risultati finanziari e nuovi prodotti come conigli dal cilindro, anche dopo il rientro in azienda non tocca più l'argomento.
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