Anche il Comune di Milano intende costituirsi parte civile contro Google nel processo iniziato questa mattina davanti alla decima sezione penale del tribunale di Milano. Il caso riguarda il ragazzo down di Torino che nel 2006 era stato vessato e umiliato da un gruppo di bulli coetanei, che poi avevano caricato i filmati sulla sezione video del noto motore di ricerca. Le accuse nei confronti dei vertici pro tempore della società sono di diffamazione aggravata e di trattamento illecito di dati personali a fini di profitto, e toccano l'ex presidente del consiglio di amministrazione di Google Italy, David Carl Drummond, un ex-membro del consiglio di amministrazione e Ceo di Google Italy, George De Los Reyes, il responsabile delle politiche sulla privacy europeo di Google, Peter Fleitcher, e Arvind Desikan, l'ex-responsabile di Google Video per l'Europa. Nella prossima udienza, fissata per il 18 febbraio prossimo, il giudice affronterà le questioni preliminari, tra cui anche l'ammissibilità della richiesta del Comune di farsi risarcire per un fatto illecito commesso contro un disabile.
Secondo la Procura di Milano, il trattamento dei dati personali su internet non può essere libero e privo di controllo da parte del gestore del sito, ma deve rispondere alle norme di informazione e autorizzazione previste dal Codice della privacy. In sostanza Google avrebbe dovuto, trattandosi di un minore affetto da patologie, chiedere l'interpello al Garante prima di mettere online il video di scherno girato dai quattro ragazzini, che dal canto loro hanno già espiato la condanna a un anno di messa in prova presso l'associazione Vividown, cui è iscritta la vittima. A giudizio dell'accusa, inoltre, ogni utente prima di iniziare l'upload dei file, dovrebbe avere a disposizione l'informativa privacy; secondo la Procura di Milano, Google aveva invece «volutamente lanciato la sezione video come servizio di libero accesso dopo un'attenta analisi del mercato italiano». Accuse che il responsabile di rapporti istituzionali di Google, Marco Pancini - aveva respinto in un'intervista a Il Sole 24 Ore del 12 dicembre scorso: «Internet è un teritorio free per sua natura - aveva detto - e non è materialmente possibile per il gestore vagliare in anticipo tutti i contenuti filmati "uplodati", che ammontano a 13 ore per ogni minuto. E anche se fosse possibile non lo riterremmo eticamente accettabile. Non servono leggi nuove per internet ma piuttosto, come sta facendo Google, abituare gli utenti a un uso responsabile e rispettoso del medium».