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13 gennaio 2006

La banalità del male: Paola Bigatto rilegge Hannah Arendt

di Giovanna Mancini

“Questo testo chiama la voce”.

Ha pensato questo Paola Bigatto, attrice e drammaturga formatasi alla scuola di Luca Ronconi e Renata Molinari, quando, nell’estate del 2002, si è trovata davanti “La banalità del male” di Hannah Arendt. E da quell’incontro, da questa folgorazione, è nato un monologo, una sorta di lezione-spettacolo di un’ora circa, la durata di una lezione universitaria, che andrà in scena al Motoperpetuo di Pavia il 13 gennaio, per poi approdare a Savona, Milano, Brescia, Udine e Crema.
“Non credo che tutti i testi filosofici possano diventare spettacoli – commenta l’artista savonese, lei stessa laureata in filosofia a Genova – ma questo sì. È un lavoro che soprattutto i giovani devono conoscere, perché quello che esprime è rivolto soprattutto a loro. La filosofa tedesca ci spiega che il male nasce dalla mancanza di idee. Perciò è importante far capire ai ragazzi la pericolosità dell’inerzia”. Per questo il monologo della Bigatto è andato in scena finora soprattutto nelle scuole.
E ora questo testo fondamentale della Harendt, allieva e amante di Heidegger, sfuggita alle persecuzioni razziali della Germania razzista e testimone, come giornalista, del processo contro Eichmann, approda a teatro. Ma solo in piccoli teatri, che ben si adattino a uno spettacolo che richiede al pubblico un particolare coinvolgimento.
“Il mio è un monologo atipico – prosegue Bigatto – perché mi rivolgo alla platea come una docente, Hannah Arendt appunto, ai suoi allievi”. Anche la scenografia è essenziale: solo la protagonista sul palco, con la sua cartellina e i suoi abiti in stile anni ’60 e, dietro di lei, una lavagna e una cartina geografica.
La banalità del male è il libro-inchiesta su Otto Adolf Eichmann, l’uomo che realizzò logisticamente la “soluzione finale”, l’Olocausto del popolo ebraico, scritto dalla Arendt dopo aver assistito al processo del funzionario nazista, che scampò al processo di Norimberga, ma fu poi catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani, processato a Gerusalemme e condannato a morte.
Ascoltando la difesa di Eichmann, la Arendt rimase stupefatta dall’ordinarietà di questo piccolo burocrate, che le parve sinceramente inconsapevole del male che aveva compiuto. E proprio questa casualità, questa banalità che rese possibile una tragedia come quella dell’Olocausto, colpì la Arendt, che cercò di trasmettere il suo sgomento attraverso questo libro, suscitando anche proteste e critiche da parte ebraica e tedesca.
“Ridurre le 300 pagine della Arendt alle 25 necessarie al mio spettacolo – dice Paola Bigatto – è stato un lavoro difficile e doloroso. Ancora adesso mi chiedo come, ma ce l’ho fatta. Ogni tanto rileggo il testo originario e trovo passaggi che mi dispiace aver eliminato. Ma io ho cercato di seguire i tre filoni che mi sembravano i principali: giuridico, storico e filosofico”.



 

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