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7 ottobre 2006

A Milano il dinamismo e l'energia delle sculture di Boccioni

di Annalisa Serpilli



Il dinamismo, la forza, l’energia, l’industria e il progresso.

E poi ancora le città, il lavoro e la velocità. Sono questi i protagonisti della mostra dedicata a Umberto Boccioni artista tra i più noti del Futurismo italiano, curata da Laura Mattioli Rossi, ora nelle sale di Palazzo Reale a Milano.
Settanta opere soprattutto sculture e disegni per mettere in luce l’attività di scultore dell’artista, tra gli aspetti meno conosciuti della sua attività. Il movimento descritto e rappresentato nell’arte del Manifesto del Futurismo nel 1912 di cui Boccioni è padre fondatore e uno dei più importanti sostenitori, è il contributo più importante dell’avanguardia artistica italiana nel panorama artistico europeo del XX secolo. Severini, Balla, Prampolini e Marinetti imprimono alla pittura italiana ancora legata al Post impressionismo di fine ottocento e al divisionismo di Previati, una spinta nuova. Ad essere rappresentate ora sono le forme nel loro dinamismo, nella velocità e le sculture, da forme chiuse, diventano entità che si muovono nello spazio, in grado di interagire con l’ambiente e con la luce a cui sono esposte. Una rivoluzione che cambia l’arte in Italia e nel mondo e che sancisce un punto di non ritorno nella ricerca artistica europea. Ma come nasce l’interesse di Boccioni per l’arte plastica? Il suo percorso biografico-artistico, fulmineo e straordinario a un tempo, è il cardine della mostra. Boccioni si dedica alla scultura tra il 1912 e il 1914, realizzando tredici sculture, di cui ne sono rimaste soltanto quattro. Il primo a rendere nota l’opera plastica di Boccioni è Roberto Longhi, che nel 1914 pubblica uno studio fondamentale su questo argomento. L’artista comincia a pensare alla scultura in modo quasi ossessivo, come testimoniano alcune sue lettere, dopo il suo soggiorno parigino nella primavera del 1912. Qui conosce le opere cubiste di Picasso e Braque e ha modo di visitare, in compagnia di Severini, gli studi degli scultori d’avanguardia, quali Archipenko, Brancusi, Duchamp, Villon.
La sua idea, al ritorno a Milano, è che “la scultura è un’arte mummificata, che deve risorgere come la pittura”. Scrive le sue convinzioni nel Manifesto tecnico della Scultura Futurista (estate 1912), sviluppa la teoria di compenetrazione tra figura e ambiente e prende la decisione di lasciare l’appartamento-studio di via Adige 23, troppo angusto per poter realizzare le grandi sculture che ha in mente, e di trasferirsi in Bastioni di Porta Romana 35, dove abita fino alla morte.
All’inizio Boccioni esegue ritratti della madre a mezzo busto, dove la fusione tra la figura e l’ambiente circostante è perseguita con materiali diversi, come una balaustra in ferro, una finestra in legno e vetro, una crocchia di capelli veri o di filo di ferro. Non ha però conoscenze tecniche, lavora con la creta, la sua scultura è, diversamente da quella dei grandi maestri dell’arte plastica, una scultura “per porre”, non “per levare”. I disegni preparatori sono pochi, interviene direttamente sull’opera. E’ un modo di lavorare che Boccioni adotta anche in pittura, aggiungendo al quadro pezzi di tela in corso d’opera. Arturo Martini gli rinfaccerà di non essere in grado di scolpire a “tutto tondo”. Ma i presupposti della scultura di Boccioni innovano profondamente le forme plastiche tradizionali e l’inserimento di oggetti reali rompe ogni convenzione accademica. Da qui in poi Boccioni abbandona il polimaterismo e si dedica solo al gesso. Tra il 1912 e il 1913 Boccioni stringe una profonda amicizia con Margherita Sarfatti, conosciuta già nel 1909, musa degli artisti futuristi milanesi e titolare di un celebre salotto letterario e mondano. E’ la Sarfatti a spingere Boccioni verso l’interpretazione di temi classici in modo moderno, sfidando gli scultori più celebri. Un esempio è Rodin che nel 1911 espone a Roma il famoso bronzo L’homme qui marche, che raffigura un nudo virile classico senza braccia. Boccioni gli contrappone nel 1913 il suo capolavoro Forme uniche nella continuità dello spazio, opera in mostra, dove il corpo umano è torso e avviluppato in una spirale di movimento, con volumi aguzzi e sporgenti che ne fanno un’opera modernissima e il simbolo del futurismo italiano. Poi Boccioni ritrae la Sarfatti nel dipinto Antigrazioso (1912-13) ora in esposizione, dove è ribadita la polemica verso la grazia classica, molto in voga nel gusto del tempo. Nasce un ritratto scultoreo in cui i volumi si scompongono in una contrapposizione di masse plastiche e di cavità aperte verso lo spazio circostante.
La mostra propone quindi un percorso espositivo in cui fondamentale è il confronto con celebri contemporanei di Boccioni, come Auguste Rodin, Pablo Picasso, Medardo Rosso, Giacomo Balla e Gino Severini.
Una scelta di riproduzioni fotografiche - scattate soprattutto dallo stesso Boccioni - tratte da un eccezionale corpus studiato in questa occasione in modo analitico, accompagna i visitatori, offrendo una testimonianza visiva e di grande impatto dell’attività di Boccioni, del suo studio, delle relazioni familiari e di amicizia, delle esposizioni che all’epoca lo videro protagonista. Ad arricchire poi il percorso della mostra, cataloghi, libri, fotografie, lettere, documenti d’epoca, in grado di rendere il fermento futurista , che Boccioni visse da protagonista. Unico rammarico l'assenza, fra i molti dipinti in mostra, della Città che sale: forse che Milano non ha saputo far valere le sue buone ragioni per convincere il Moma di New York a prestare il vero Manifesto del Futurismo?


Milano
Palazzo Reale
Fino al 7 gennaio 2007
Catalogo Skira
Curatore Laura Mattioli Rossi
www.mostraboccioni.it



 

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