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Attilio Cristini, Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer. Roma 1983

3 novembre 2006

A Milano in mostra sessant'anni di fotogiornalismo

di Giovanna Canzi

Una Sophia Loren raggiante, che corre in un prato insieme ad altre “Miss” e un gruppo di mondine, che consumano il veloce pranzo sedute sull’erba, una Claudia Cardinale, che attende fiera di essere immortalata e il cadavere di Aldo Moro accasciato nel baule di un’auto… i mille volti della nostra Italia e soprattutto i mille modi di guardare il nostro Paese sfilano silenziosi nelle sale del Museo di Storia Contemporanea di Milano. Curata dal grande fotografo Uliano Lucas “Il fotogiornalismo in Italia 1945-2005: Linee di tendenza e percorsi” racconta, con un repertorio di 350 immagini – fra fotografie e pagine di riviste – sessant’anni di storia, nel suo intreccio di personaggi noti e poveri diavoli, di attimi memorabili e di un anonimo quotidiano, strappato al silenzio. In un’epoca governata dalle immagini, in cui l’utente, ormai assuefatto di fronte al furioso bombardamento mediatico, non sa più distinguere fra realtà e rappresentazione, questa mostra si propone come un’occasione per voltare lo sguardo e risalire alle origini di un fenomeno che, come un fiume in piena, ha ormai invaso ogni ambito della nostra vita. Partendo dall’amara premessa che il fotogiornalismo, nei suoi intenti e nelle sue formule originarie, è morto da lungo tempo e consapevole che mai prima d’ora la retorica dell’informazione sia stata così imperante – così nel testo del catalogo scritto insieme a Tatiana Agliani - , Uliano Lucas torna a guardare il passato, cercando di indagare i percorsi e le occasioni perdute, che hanno condotto a questa realtà. Nove sezioni per raccontare un percorso che, dall’immediato dopoguerra si snoda fino ai giorni nostri, in un stretto e pericoloso rapporto fra politica, industria, editoria. Ritmata quasi da un doppio registro – da un lato si snocciolano davanti agli occhi del pubblico gli eventi, che hanno segnato le tappe del nostro Paese, dall’altro si riflette su come questi stessi eventi siano stati interpretati e offerti allo sguardo dell'osservatore – l’esposizione è un grande affresco, dove alle immagini più studiate e quasi “artistiche” si accostano quelle colte “à la sauvette”, strappate al fluire incessante della storia. Si parte dagli scatti del dopoguerra, quando il fotogiornalismo, a lungo oppresso dalla censura fascista, fa timidamente il suo ingresso nella società. Pubblicati sul settimanale “Europeo” – allora diretto da Arrigo Benedetti – compaiono i servizi di Tullio Farabola, sulla coabitazione di novanta famiglie di sinistrati in una casa di via Galbani, e quello di Tino Petrelli sulle arretrate condizioni di un Meridione dal volto umile e indifeso. Si fa strada anche l’idea di un giornalismo per immagini e sul settimanale il “Tempo” compaiono i primi tentativi di reportage con le inchieste di Luigi Comencini o i servizi di Federico Patellani. Da questi scatti dagli accenti neorealisti si giunge agli anni '50, dove secondo Lucas, si creano le premesse per la nascita di quella “società dello spettacolo” più tardi vaticinata da Guy Debord. Nuovi consumi e nuovi modelli di vita creano bisogni e desideri, spesso alimentati da immagini proposte ad hoc: dai Duchi di Windsor dell'agenzia Giancolombo ai set cinematografici di Pierluigi Praturlon, la fotografia, che ha ormai acquisito sui rotocalchi uno spazio sempre più considerevole – in quest’epoca nasce il “paparazzismo” -, ha tuttavia perduto la sua ricchezza semantica, la sua possibilità espressiva, i suoi intenti documentari. Eppure – racconta Lucas – questi sono anche gli anni in cui una nuova generazione di fotografi scopre un’altra fotografia: devoti a “Life” i freelance come Ermanno Rea, Ugo Mulas, Mario Dondero offrono agli italiani un reportage di approfondimento e di riflessione. Sono i giornali come “Il Mondo”, “Le Ore” o “Vie Nuove” ad offrire alla fotografia una possibilità di riscatto, diventando archetipo di un giornalismo poi inascoltato. Infatti, nell’era del boom economico, si impongono riviste come “Epoca” e “Panorama” (dirette a quella “borghesia che produce e lavora”) che puntano su un giornale capace di interpretare, attraverso le sue immagini, l’idea di progresso, crescita e benessere della società, consentendo ad alcuni eccellenti fotoreporter – come Mario de Biasi – di documentare ora le violenze di Budapest, ora le amene bellezze di un’Italia tutta da scoprire. Seguono gli anni neri della cronaca più amara con la sequenza di morti inarrestabili firmata da Letizia Battaglia o Franco Zecchin, e le contestazioni che infiammano il nord con immagini che registrano proteste, occupazioni, manifestazioni. Con la fine di questa parentesi in cui, ai fermenti sociali e politici, si accompagna una fotografia impegnata e a volte militante, si torna a una società, che elegge il rotocalco a modello di vita. I tempi corrono veloci e dagli anni ’60-’70 ai giorni nostri si stabilisce uno stretto e pericoloso nesso fra stampa, pubblicità e modelli imposti dalla società dei consumi, dove pochi riescono a sfuggire all’omologazione con servizi ricchi di pathos: dagli scatti rubati nella prigione di San Vittore da Roby Schirer a quelli di guerra di Francesco Cito, fino alle immagini dedicate a Milano, che chiudono il percorso della mostra, accanto alla patina lucente degli scatti pubblicitari, emergono i tanti tasselli di una composita realtà, che allargando il campo dell'obbiettivo, mostra anche un vortice di degrado, miseria, alterità.

Il fotogiornalismo in Italia 1945-2005: linee di tendenza e percorsi
A cura di Uliano Lucas
XI Biennale internazionale di fotografia
Museo di storia contemporanea, Via Sant’Andrea 6, Milano
Tel. 02/76006245
3 novembre 2006 - 7 gennaio 2007
Orario: 9.30 - 13.00 / 14.00 - 19.30 da martedì a domenica
Chiuso lunedì
Catalogo Aire, Torino 2006, euro 28



 

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