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Due putti danzanti nel blu cobalto: la magia del vetro a Palazzo Altemps

di Matteo Metta

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14 giugno 2007

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La plastica solidità della scultura e la trasparente fragilità del vetro. Il gioco dei contrasti non poteva andare in scena in maniera più sorprendente che a Palazzo Altemps, scrigno capitolino della statuaria antica, che, in questi giorni e fino al 9 settembre, ospita la mostra sui vetri romani, "Magiche trasparenze". Una collezione di cento pregevoli pezzi restituiti dagli scavi di Albingaunum, l'Albenga romana, sui quali troneggia un capolavoro assoluto, che da solo vale il viaggio fino a Roma. Una vera rarità. Si tratta del piatto blu cobalto su cui sono stati intagliati due putti che danzano in onore di Bacco. E proprio del dio del vino e del delirio mistico, oltre che dei personaggi licenziosi del suo corteo, hanno gli attributi e i caratteri questi due discoli. Il putto alato regge uno strumento musicale a sei canne, chiamato siringa, e un bastone ricurvo da pastore. L'altro invece stringe il tirso e reca sulle spalle uno strano fardello, un otre di pelle ferina che rimanda chiaramente al nettare degli dei e all'ebbrezza. Il mastro vetraio dopo la colatura a stampo, ha molato e levigato il vetro su entrambe le facce e poi lo ha decorato con intagli alla ruota e al torchio, e infine ha completato l'opera a mano libera con incisioni della precisione di cui neanche un orafo sarebbe capace. Un vero artista che se non è di Alessandria d'Egitto, senza dubbio ai maestri alessandrini ha rubato il mestiere. L'effetto chiaroscurale del modellato è assolutamente originale, tanto che i putti sembrano avere la profondità di un altorilievo, la plasticità delle forme scultoree, la precisione delle figure cesellate o sbalzate nell'argento. Alle quali aggiungono la trasparenza e le movenze che solo il vetro sa conferire. È così che in questo oggetto il gioco dei contrasti tra marmi e vetri a Palazzo Altemps, si trasforma magicamente in un gioco di rimandi, accentuato dalla presenza in uno degli ambienti in cui è allestita la mostra, dell'affresco rinascimentale raffigurante un servizio da tavola d'eccezione – da qui il nome di Sala della piattaia – quello simbolicamente sfoggiato dalla famiglia Riario durante il banchetto sponsale per Girolamo Riario e Caterina Sforza, che proprio tra queste mura convolarono a nozze, nel 1477.
Il ritrovamento del piatto blu cobalto in una tomba romana nel centro moderno di Albenga ha provocato stupore, sia per la sua bellezza sia perché osava scardinare le porte del santuario cui gli archeologi sono maggiormente devoti: quello consacrato alla cronologia. I primi vetri intagliati con scene figurate si credeva risalissero all'inizio del terzo secolo dopo Cristo. Solo alcuni vetri di fattura similare ma molto frammentari, rinvenuti nel palazzo reale di Begram, in Afghanistan, avevano messo in dubbio questa certezza. Ma il fatto che fossero stati scavati negli anni Trenta del secolo scorso con metodi antiquati e inaffidabili, declassava questa ipotesi al rango di supposizione priva di qualsivoglia sigillo scientifico. Il piatto blu di Albenga, che si trovava accanto a oggetti di un corredo funerario chiaramente risalenti all'inizio del secondo secolo dopo Cristo, retrodata di più di un secolo l'introduzione della tecnica dell'intaglio per realizzare su vetro scene figurate. Certezza confortata anche dalle analisi al radiocarbonio sulle ceneri del defunto e su carboni del legname usato nella pira, visto che si trattava di una tomba cosiddetta "a cremazione diretta", in quanto prevedeva che il cadavere fosse cremato nel luogo di sepoltura.
La mostra ha il pregio di rispondere a criteri scientifici, staccandosi però dai contesti di provenienza dei reperti, soprattutto le tombe, per ricostruire i moltissimi ambiti di utilizzo quotidiano del vetro, e non solo quello di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio. E in questo senso sembra che non siano passati affatto quasi due millenni. Allora come oggi, il vetro era utilizzato per presentare e conservare cibi e bevande, ma anche per contenere o bruciare i profumi, per accogliere unguenti, pomate e farmaci, senza dimenticare la sua funzione decorativa e ludica: assumeva le forme di "bomboniera", di perle di vetro per collane e braccia, per non parlare delle pedine dei giochi da tavolo. Come sottolinea il curatore della mostra Bruno Massabò, gli usi del vetro si moltiplicano "dopo l'invenzione rivoluzionaria della soffiatura, intorno alla metà del primo secolo avanti Cristo, e il conseguente sviluppo di una produzione su scala industriale, che fa sì che questo straordinario materiale entri nell'uso comune, soppiantando in molte funzioni la ceramica e il metallo". Prima di questo momento, la particolare complessità della sua lavorazione, lo rendeva un lusso riservato solo all'aristocrazia, e inizialmente esclusivo appannaggio delle mense reali. Nel primo secolo invece, Trimalchione, il bizzarro personaggio del "Satyricon" di Petronio, durante il suo celebre banchetto poteva precisare che "i vetri costano anche poco". L'esposizione non mancherà anche di accendere la curiosità e la meraviglia intorno alle forme e al vocabolario del vetro, che sono espressione di un gusto e di un "design" in alcuni casi davvero contemporanei: piatti, coppe, bicchieri, bottiglie, brocche, tazze, attingitoi, vassoi, anforette, olle, gutti, casseruole, balsamari, boccette…

Magiche trasparenze. I vetri dell'antica Albingaunum
Palazzo Altemps
Piazza Sant'Apollinare, 46 (presso Piazza Navona)
Fino al 9 settembre 2007
Orari: tutti i giorni dalle 9 alle 19.45
Chiuso il lunedì
www.archeorm.arti.beniculturali.it/MNRAltemps/
www.electaweb.it

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