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Intervista a Viviana Durante: con la Fracci impossibile danzare in Italia

di Giuseppe Distefano

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1 agosto 2007

Tra le innumerevoli frasi elogiative e le definizioni in cerca di paragoni che ne attestino l'eccezionale bravura, la più bella e significativa del suo talento e della sua arte è senza dubbio l'essere stata considerata l'erede della grande ballerina Margot Fonteyn. «Un complimento bellissimo – dice Viviana Durante -. Ma Margot era e rimane ad un livello superiore, insuperabile». La mitica Fonteyn ha avuto un ruolo importante nella vita della Durante. «Con lei ho provato due balletti: La Bella addormentata ed Ondine (quest'ultimo creatole appositamente da Frederick Ashton, ndr). La sola sua presenza era speciale. Diceva poche cose, semplici, ma incisive. "Ricordati – mi ripeteva – due sono le cose importanti: l'entrata, e la continuità del racconto". Il suo insegnamento in me è sempre vivo».
Grazia diafana ed eterea, bella e determinata, Viviana Durante, romana ma inglese d'adozione, è un'artista di fama internazionale. Definisce la sua storia una favola. Quella di una ragazza che a diciassette anni – dopo gli inizi in una scuola privata con una insegnante tedesca, i primi passi all'Opera di Roma, la scoperta del talento e il salto decisivo all'età di dieci anni alla scuola del Royal Ballet di Londra - entra a far parte della prestigiosa compagnia londinese dove è stata prima ballerina per altri dieci anni. La notizia è che ora debutta a teatro. Attesa al Fringe Festival di Edimburgo, interpreterà il ruolo della regina Gertrude nello spettacolo "Escaping Hamlet" con la regia di Giampiero Borgia e un cast di attori italiani e inglesi.

Una svolta, questa del teatro, nella sua brillante carriera di ballerina. Da cosa nasce tale scelta?
Volevo fare questa esperienza. La sento come un proseguimento della mia carriera, un altro capitolo della mia vita. Una ballerina, interpretando ruoli drammatici, credo avverta il limite, ad un certo punto, di non poter usare la parola, espressione naturale e primaria che ci mette in relazione con gli altri. Personalmente ho sempre sentito, specialmente in ruoli tipo Manon, Anastasia, o Giulietta, e in certi passaggi interpretativi, di voler usare la parola per dire delle cose forti. Invece in qualche modo dobbiamo reprimerla. Come ballerine siamo lo stesso attrici anche se mute, raccontiamo storie, diamo emozioni, ovviamente senza la parola.

Era la ballerina che voleva fare fin da piccola?
Si, ma non ho mai forzato. Quando non costringi e le cose vanno in maniera naturale allora senti che è la tua strada e le porte si aprono senza doverle spingere. Mi piace stare in una sala prova e sudare, lavorare, prepararmi bene per poi salire sul palcoscenico. Certo, non è stato tutto facile, perché ho dovuto lavorare tanto e con molta dedizione, rinunciare a tante cose, alla mia vita privata, a non poter stare vicino ai miei genitori, o a mio fratello che adoro.

C'è stato un periodo otto anni fa in cui ha abbandonato il balletto, per poi, fortunatamente per noi spettatori, ritornarvi. Cosa era successo?Ero all'apice della mia carriera e ad un certo punto ho sentito il bisogno di uscire, di capire cosa c'era fuori dal Royal Ballet dove ero nata e cresciuta umanamente e artisticamente. Il mondo del balletto è molto bello, ma è come tenere in gabbia un uccellino. Quando decidi di farlo volare e gli apri la gabbia ti accorgi che non sa usare le ali. E' quello che è successo a me. Sono uscita e la realtà della vita è stata un urto. Mi sono accorta che avevo vissuto in un mondo ovattato, protetto, solo di fiaba.

La decisione di andare via è stata improvvisa o legata a un avvenimento preciso?
E' stata improvvisa. Avevo un sentimento per una persona, un regista di teatro, che mi ha aperto tutto un altro mondo. Gli attori di teatro credo che siano più umili rispetto alle persone del balletto dove invece c'è molta superbia. C'era anche il fatto che al Royal Ballet eravamo io e un'altra ballerina inglese che portavamo avanti la compagnia, entrambe cresciute lì, al punto che mi chiamavano la ballerina inglese. Ma improvvisamente mi hanno fatto sentire che non ero più la loro "figlia" come invece lo era l'altra. Questo mi ha fatto molto male. Dopo avermi preso per mano, portata avanti, aiutato a tirare fuori il mio talento – e di questo sarò sempre grata -, improvvisamente ero diventata l'italiana difficile. Allora ho deciso di andarmene, per capire certe cose. E mi sono presa un anno sabbatico. In quel periodo ho preso lezione di recitazione e canto, ho fatto dei workshop, e un corso alla Open University di storia dell'arte.

Cosa l'ha fatta ritornare?
Dato che continuavano a chiamarmi con insistenza sia dal Royal Ballet che dal Giappone dove sono molto amata, dopo otto mesi ho ripreso a ballare, a Tokyo con Giselle. Il Royal Ballet mi aveva lasciato la porta leggermente aperta dove entrai per fare ancora qualche spettacolo, ma il rapporto era molto cambiato e mi faceva ancora male stare lì dentro. E' come quando in una relazione senti che l'altro non ti ama più. E allora ho preferito uscirne.

Non le è costato dover lasciare il nuovo ambiente che aveva provato?
Fortunatamente no. Tirandomi fuori dalla danza ho provato anche delle delusioni. E' stata comunque un'esperienza che mi ha arricchito. Come artista mi ha fatto bene staccarmi per un certo periodo dalla danza, anche se non avevo lasciato del tutto. Mi ero solo spostata leggermente per vedere e verificare delle cose.

Ora, dopo qualche altra occasionale esperienza di attrice, ha sentito che è arrivato il momento giusto?
I tempi, le coincidenze, sono importanti nella vita. Succede che vorresti una cosa, però non è il momento giusto. Puoi anche spingere, ma non succede nulla. Un mese prima che accettassi questo impegno, parlando col mio agente di Londra dicevo a lui che mi sentivo pronta. Dopo tre settimane mi chiama per propormi un provino. L'ho fatto ed è andato bene. Mi piaceva il progetto, ed eccomi qua. E' anche un rischio, ma volevo provare. Adesso so che mi piace, e mi diverte. E la ritengo, comunque vada, un'esperienza positiva.

Come ballerina, e di fama mondiale, sente una certa responsabilità?
Se fai una cosa sbagliata, dando un messaggio sbagliato, puoi influenzare negativamente e danneggiare le persone. Perciò penso che la responsabilità sia quella di trasmettere qualcosa di positivo, anzitutto credendo in quello che fai. L'arte è una cosa seria perché sei responsabile del messaggio che dai. Se vuoi farla bene devi farla anche con gioia. Ogni volta che sali sul palcoscenico e danzi, dovresti farlo come se fosse la prima volta, cioè con la stessa voglia, lo stesso entusiasmo, la stessa passione. Solo così un artista può dare qualcosa al pubblico, trasmettere tutte le emozioni possibili. Anche quando racconto una storia triste mi piace che il pubblico possa uscirsene con un messaggio positivo, di speranza, di gioia.

Come vede dall'estero la situazione della danza in Italia, che sappiamo non godere buona salute?
Constatiamo tutti che si danza di meno rispetto ad altre città del mondo. Credo perché non ci sono le situazioni giuste. Io desidererei molto danzare nella mia città, ma non mi viene data la possibilità. Ho sentito dire che dalla direzione del Teatro dell'Opera (Carla Fracci e Beppe Menegatti, ndr) sono considerata una persona difficile con cui lavorare. Ma come possono dire questo se non ho mai lavorato con loro, e non mi hanno mai dato la possibilità? Come possono giudicarmi quando non c'è mai stata un'esperienza di lavoro diretta? Dovunque danzo nei vari teatri del mondo mi invitano nuovamente, mi offrono contratti; non credo di essere così difficile. E poi, cosa significa essere difficile? Mi è stato anche riferito - altro motivo al quale si sono aggrappati per giustificare il fatto di non invitarmi a danzare - che sono troppo costosa. Ho risposto che avrei danzato anche gratuitamente. Ma dall'altra parte c'è stato silenzio.

Eppure nella stagione del Teatro dell'Opera si continua ad invitare soprattutto ballerine russe, mentre, come lei fa notare, non si vedono mai nomi di italiane…
Succede solo se sei raccomandata, o se fa comodo a loro. Credo si spieghi per un fatto di invidia, di voler mantenere a tutti i costi il posto. Si creano le loro produzioni, adattandole, per non abbandonare la scena. Sono scelte che hanno a che fare spesso col loro ego. La Fracci, che all'età di settant'anni continua ancora a ballare, non è un buon esempio. Per tutti gli altri c'è una legge che per lei non vale. L'arte è fatta di umiltà e di generosità.

Quindi lei dice che una vera ballerina dovrebbe ad un certo punto mettersi da parte?
Non è tanto mettersi da parte ma lasciare spazio e dare l'opportunità ad altre più givani. Il fisico ha dei limiti e arriva per tutti un momento in cui non puoi più fare certe cose. Invecchiando non ti serve più la tecnica, non hai più la resistenza per mantenere lo stesso livello artistico. E' il limite umano. Ma bisogna avere l'intelligenza, l'umiltà, ma anche la grandezza dell'artista di fermarsi. Si possono ugualmente fare tantissime altre cose belle, come per me adesso fare teatro. Personalmente ho sempre avuto l'idea di andarmene in un momento alto della mia carriera, anche per lasciare un ricordo bello. L'opposto di questo non ha niente a che fare con l'arte della danza.

Cosa prevede allora per il suo futuro?
Non lo so. Mi piacerebbe fare altre esperienze, continuare col teatro. Sarebbe un peccato iniziare qualcosa che appassiona e poi abbandonare. Ovviamente riconosco anche che nella vita si può avere una sola grande passione: per me è stata e rimane il balletto, anche se l'esperienza del teatro è una continuazione di quello che sono e che faccio. Certamente a metà della mia vita l'emozione iniziale, l'entusiasmo da giovanissima che ho sentito per il balletto sarà quasi impossibile sentirlo allo stesso modo per un'altra cosa.

Cosa vorrebbe fare?
Aprire una mia scuola a Londra, un centro da gestire non per fare lezioni ma per poter dare una mano ai ragazzi, molti dei quali mi chiedono consigli e aiuti per prepararli allo spettacolo. E' una possibilità alla quale sto già pensando con un mio amico. Mi piacerebbe anche gestire una galleria d'arte contemporanea.

E l'idea di dirigere una sua compagnia?
Mi attira, ma dipende dove, quando e perché. Se l'opportunità venisse, le idee non mi mancherebbero. Se ciò accadesse mi piacerebbe avere anche delle persone per la recitazione, in modo da poter unire i due linguaggi. Credo che ai ballerini faccia bene aprirsi verso l'attore, che è più aperto e con la pelle più dura per affrontare la vita. Invece noi siamo un po' troppo sensibili, vulnerabili, delicati in tutto e verso tutti.

Lei sta scrivendo un libro autobiografico. Da cosa nasce il desiderio di raccontare di sé?
C'è tutta la mia vita privata. E' una specie di terapia che fai su te stessa perché vuol dire tornare indietro, cercare il motivo di alcune cose che hai fatto, porti delle domande, cercare delle risposte. Desideravo raccontare la storia di un sogno, fatto anche di sofferenze e di grandissime gioie, che può diventare realtà.

E' la storia di una vita?
Sì, di una vita, di una bambina, di una donna. Perché prima di tutto sono una donna, che poi fa la ballerina. Anch'io faccio tanti sbagli, sono una persona normale, con le mie debolezze e insicurezze. Nel libro parlo di tante persone che sono state dei punti di riferimento, perché in ogni storia non esisti solo tu ma anche tante persone intorno che mi hanno amato e che mi amano. Ho chiesto anche a loro delle cose. Per esempio una mamma può dire delle cose su di te che neanche sai, e il motivo per cui sei qui è per lei; o un amico che ti ha detto un qualcosa che ti ha cambiato la vita.

Lei ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti e premi. Che valore dà a questo?
Ad ogni artista fa piacere il riconoscimento, però alla fine non è quello che ti gratifica, ma il cercare di lasciare qualcosa di bello negli altri.

"Escaping Hamlet", regia di Giampiero Borgia, con Viviana Durante, Robert Reynolds, Charles Palmer, Leandro D'Andrea, Annalisa Canfora, Alessandro Sciusco, Antonello Taurino. Teatro dei Borgia (Italy) e Andy Jordan Productions. Dal 3 al 26 agosto al Teatro Underbelley Cow Barn, Edimburgo. Quindi in Italia, a Barletta, alla Corte del Castello, il 6 e 7 settembre.

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