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I Longobardi, conquistatori sfortunati in crisi d'identità

di Matteo Metta

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19 ottobre 2007

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Barbari che affossarono definitivamente la civiltà classica. Anzi no, un popolo che si inserì nel solco della decadenza, già "profondo" due secoli, se non di più. Comunque li si voglia vedere, i Longobardi e la loro invasione (o migrazione, per tenere buone le due teorie) dell'Italia, la questione rimane irrisolta: sono cinque secoli che il dibattito storiografico è di fronte allo stesso bivio. Neanche la mostra che Palazzo Bricherasio dedica loro fino al 6 gennaio ("I Longobardi, dalla caduta dell'impero all'alba dell'Italia"), sfila l'asso per dirimere la "questione longobarda". Le file dei loro fan sono tutt'altro che sparute: dalla riabilitazione dei Visconti, signori di Milano, che li elessero a loro mitici progenitori, fino a Giocchino Volpe, che vedeva le loro istituzioni come fondamento per la nascita della nazione moderna, passando per Machiavelli, che li riteneva degli apocalittici-integrati e tali da non aver «di forestieri altro che il nome». Altrettanto folte le file dei detrattori. Manzoni nell'Adelchi non aveva usato mezzi termini, i Longobardi sono una «rea progenie». Di più: degli oppressori «cui fu ragion l'offesa, e dritto il sangue, e gloria il non aver pietà». E c'è anche chi si spinge oltre, cerchiando di nero sull'almanacco della Storia il 568, l'anno in cui, guidati da Alboino, i Longobardi arrivano in Italia dalla Pannonia (Ungheria). Giovanni Vitolo non ha esitato a scrivere, nel suo manuale di storia medievale, che proprio quell'anno «segna l'inizio di una nuova era, il Medioevo», nonostante a scuola ci abbiano sempre insegnato che l'Età di mezzo non inizia con alcuna data. Recentemente anche lo storico e archeologo inglese Bryan Ward Perkins ha rinfocolato gli animi tornando alla versione – in verità proprio dagli storici di scuola inglese e tedesca archiviata da tempo – che addebita alle invasioni dei popoli germanici la vera colpa per la drammatica dissoluzione dell'Impero romano (nel saggio "The Fall of Rome and the End of Civilization").
L'esposizione torinese sceglie un approccio più braudeliano, preferendo giocare sugli aspetti di "longue durée" e del confronto – non sempre scontro – tra culture e attori diversi. I Longobardi arrivano in una Penisola dilaniata da vent'anni di guerra greco-gotica (535-553) e governata da un'autorità bizantina debole. E tuttavia sono incapaci di sconfiggerla e unificare l'Italia sotto il loro dominio. Per due secoli ci proveranno, fino al 774, senza successo. Di questo progetto oggi ci resta solo un'idea, un Desiderio, come il nome – ironia della sorte – del loro ultimo re. Tentano di assimilarsi ai Romani, ma sono troppo rozzi e incolti per riuscirci. Simbolo di questo tentativo è la lamina di Agilulfo in bronzo dorato (dal Museo del Bargello), un frontale d'elmo largo otto centimetri. È il capolavoro dell'oreficeria longobarda, il pezzo più bello in mostra, in cui si nota la tensione dell'arte germanica verso il plasticismo tardo-antico e la sintassi di derivazione classica nella rappresentazione del trionfo del re.
Anche il rapporto con la Chiesa è tutt'altro che facile. Inziata con Teodolinda e il battesimo con il rito cattolico dell'erede al trono Adaloaldo, la conversione dall'arianesimo al cattolicesimo può dirsi completata con Liutprando (712-744). L'aristocrazia longobarda comincia presto ad esprimere i suoi vescovi, sui quali il papato eserciterà comunque molta influenza, con l'obiettivo – riuscito – di ostacolare quel sodalizio tra potere regio ed episcopato che invece rende robusti il regno dei Visigoti in Spagna e quello dei Franchi in Gallia. Gli ultimi re longobardi – Liutprando, Astolfo e Dederio – non erano certo meno pii e devoti dei franchi Pipino il Breve e Carlomagno, invitati dal Papa nella Penisola per liquidare definitivamente la questione longobarda. Più semplicemente, il disegno della Chiesa evidentemente non si sposa con la loro politica espansionistica. Il ruolo dei vescovi e il potere delle reliquie è sviluppato in una sezione dell'esposizione in cui è presente il bel reliquiario di San Sebastiano (dai Musei Vaticani).
L'allestimento giustamente privilegia più la ricostruzione dei contesti piuttosto che la raccolta degli oggetti. Che sia un orientamento archeologico, e non storico artistico, a dettare legge nell'allestimento è fuori di dubbio. E solo un archeologo, quale è Gian Pietro Brogiolo, curatore della mostra, poteva dare – a ragione – tanto spazio ai contesti di scavo. Esempi ne sono le ricostruzioni multimediali delle trasformazioni delle strutture insediative, dall'impoverimento fino abbandono delle lussuose ville romane, presentando anche risultati di scavo inediti, come quelli della villa di Faragola nel Foggiano. Così i tesoretti, piatti d'argento e utensili liturgici non figurano in mostra solo per la loro bellezza - e basterebbe – quanto per spiegare il clima di incertezza che induceva uomini e donne a seppellire oggetti preziosi per recuperarli in momenti più propizi. E non avevano tutti i torti, dal momento che, se sono giunti fino a noi, evidentemente è per un solo motivo: è stata loro negata la possibilità di recuperarli. E, per rimanere in tema, come in ogni mostra archeologica che si rispetti, grande spazio trovano i rituali della morte e i corredi funerari. In particolare sono presentati oggetti di oreficeria e alto artigianato, scoperti nella necropoli longobarda di Collegno, alle porte di Torino, che è stata scavata in anni recenti dalla Soprintendenza archeologica del Piemonte.
Se pensiamo ai criteri con cui è stata concepita l'esposizione, appare meno vistosa l'assenza di capolavori notissimi dell'oreficeria longobarda, conservati a Monza, che la tradizione fa risalire a Teodolinda – la principessa bavarese andata in sposa prima ad Autari e poi ad Agilulfo –, come la Corona Ferrea, la Chioccia con i pulcini, la Croce di Agilulfo (detta anche di Adaloaldo), l'Evangeliario di Teodolinda. Manca anche la bellissima croce gemmata di Desiderio, che invece si trova a Brescia, così come riferimenti al tempietto di Cividale del Friuli e alle incantevoli figure di sante in stucco che ne adornano l'interno. In questo senso la mostra "Il futuro dei Longobardi", curata dello stesso Brogiolo, tenutasi a Brescia nel 2000 ( Museo di Santa Giulia), era sicuramente più generosa e riusciva maggiormente a colpire la fantasia dei più.

I Longobardi
Dalla caduta dell'impero all'alba dell'Italia
Fino al 6 gennaio 2008
A cura di Gian Pietro Brogiolo
Palazzo Bricherasio
Via Teofilo Rossi angolo Via Lagrange – Torino
Info: tel. 011 57 11 888
Orari: lunedì 14.30 – 19.30, da martedì a domenica 9.30 – 19.30, giovedì e sabato 9.30 - 22.30
Biglietto: intero € 7,50, ridotto € 5,50
www.palazzobricherasio.it

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