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Cavellini: a New York la lieve ironia di "Gac"

di Silvia Sperandio

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21 MARZO 2008

Il profilo dell'Empire State Building, colorato e nero di carbone combusto, su tavole di legno chiaro riciclato. E' quest'opera del 1968, che evoca il misterioso skyline della Grande Mela, a dare il via alla mostra newyorkese di Guglielmo Achille Cavellini, artista, collezionista e critico, noto anche con l'acronimo Gac con cui amava firmare i suoi lavori. Opere d'arte come invenzioni lievi e ironiche provocazioni. Operazioni concettuali ante litteram, oggetti e citazioni di immagini-simbolo della contemporaneità dell'arte, da Leger a Warhol, da Picasso a Dubuffet. Così, in uno dei suoi "carboni" del 1970, i volti sorridenti di Jakie Onassis, Liz Taylor, Andy Warhol e Marilyn Monroe si affacciano colorati dalla superficie annerita e combusta. Sul pavimento, poco distante, ecco invece la "Cassa n.106" del 1966/69: una griglia di legno chiaro custodisce frammenti di opere distrutte, lavori dello stesso Gac o appartenenti alla sua celebre collezione. Oggetti d'arte ridotti in pezzi, in un gioco di rimandi semantici che conduce alla dissacrazione del sistema dell'arte e alle poetiche riduttive del Novecento. L'esposizione americana, realizzata nello spazio di Florence Lynch, in collaborazione con l'Archivio Cavellini onlus di Brescia (che possiede oltre 3.000 lavori) e con l'Istituto Italiano di Cultura di New York, ripercorre i trent'anni di attività (dal 1960 al 1990) nei quali Gac si dedicò esclusivamente alla creazione artistica, con frequenti performance negli States, dove entra in contatto soprattutto con gli artisti underground grazie alle sue corrispondenze di "arte postale". Una figura a tutto tondo, quella di Cavellini: nato a Brescia nel 1914, fu uno dei primi collezionisti a raccogliere le tele di astrattisti del dopoguerra, come il Gruppo degli Otto, oltre a lavori di Burri, Fontana, Dubuffet, Lichtenstein e tanti altri. Un'attività appassionata e intensa che culminò nell'imponente mostra della sua collezione alla Galleria d'Arte moderna di Roma, nel 1958.
Da allora, Gac considerò in un certo senso finite le sue "scorribande" nelle avanguardie e cominciò a lavorare sul sistema tradizionale dell'arte, facendo proprie le tendenze oggettuali degli anni Sessanta, dal New Dada, alla Pop art, al Nouveau realisme. Nascono così le "casse che contengono opere distrutte" (visibili anche nella mostra in corso a Milano da Fabbrica Eos) e le successive "opere sezionate" di artisti della sua collezione, da Klee a Morandi. E' poi la volta dei "francobolli" in legno su un concetto che lo interesserà sempre più da vicino, quello della "celebrazione", dapprima legato a immagini simbolo dell'arte contemporanea e poi sempre più autoreferenziale. E' con i "manifesti per il centenario", degli anni 70, che Gac esprime il concetto di "autostoricizzazione": i suoi poster-francobollo delle Poste italiane, creati per tutti i musei del mondo, celebrano il "centenario della sua nascita". Ecco dunque il "Progetto per Manifesto Centenario" del Guggenheim Museum di New York e quello per il Moma, per il Whitney e per il Museum of Art di Philadelphia (tutti lavori del 1971), che con ludica ossessione ripropongono il titolo "Cavellini 1914-2014". E' invece del 1973 la "Pagina dell'Enciclopedia", ampia superficie di tela e legno scritta a mano che "storicizza" la figura di Cavellini… Così Gac viaggia dentro e fuori alla realtà "artistica", disegnando intorno a sé il suo perimetro di artisticità. Fino alla proclamazione di sé e della sua vita come opera d'arte. E' la serie dei "cimeli": vestiti, cravatte, gonne scritte per modelle, camicie, che diventano oggetti d'arte, in una finzione dell'arte come scelta totale.


Guglielmo Achille Cavellini
Works 1960-1990
New York City, Florence Lynch Gallery in collaborazione con Archivio Cavellini onlus e Istituto Italiano di Cultura di New York, dal 20 marzo al 3 maggio 2008.
www.florencelynchgallery.com

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