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Conclusioni del libro «La mente dell'ape, Considerazioni tra etologia e filosofia» di Giorgio Celli

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29 marzo 2008

La coordinazione così mirabile dell'alveare, che gli antichi additavano all'uomo come una società da imitare, ha sempre posto agli scienziati e ai filosofi dei problemi. Per spiegarla Maeterlinck aveva fatto ricorso all'ipotesi dello "spirito dell'alveare", che però non è altro, come si è detto, che una metafora. Più tardi, certo insoddisfatto della scarsa scientificità della sua pensata, studiando la società delle termiti, aveva congetturato che non fossero delle vere e proprie società, ma che formassero una sorta di superorganismo. L'ipotesi era stravagante, ma non tanto quanto sembrerebbe, perché, a cominciare dal mirmecologo Weehler (1911), e seguitando con Emerson (1950) e Wilson (1971), il superorganismo ha fatto fortuna, riferito ora al formicaio, ora al termitaio e alfine all'alveare.
Su che cosa si fonda questo paragone tra una società di insetti e un organismo multicellulare? Su alcune concordanze che descriveremo brevemente. Intanto, si può cominciare con l'osservare che le operaie, dedite ai lavori dell'alveare, potrebbero essere considerate alla stregua di cellule somatiche, mentre la regina e i fuchi assumerebbero la funzione di vere e proprie gonadi, destinate alla riproduzione. Inoltre, se è vero, come aveva affermato Claude Bernard nell'Ottocento, che gli organismi sono strutture capaci di buttare sul tappeto un insieme di autoregolazioni, l'alveare è in grado di gestire la temperatura.
D'estate, quando fa molto caldo, si ricordi che l'arnia tende a conservare, durante la buona stagione, un livello termico attorno ai 37 gradi, le api si adoperano per impedire un eccessivo riscaldamento. E come fanno? Cominciano, come un piccolo ventilatore, a battere le ali in sintonia producendo una corrente d'aria calda che esce all'esterno e che ha un'intensità capace di piegare il fuoco di una candela. Se tutte queste manovre non sono sufficienti, delle api escono a raccogliere acqua, riportandola nell'arnia e cedendola alle compagne che vanno a spruzzarla sui favi, perché evapori. In parole povere, si fa sudare l'alveare! Per le basse temperature, la faccenda è un po' più precaria: sotto i 15 gradi le api si agganciano le une alle altre, formando un glomere con al centro la regina. Simili a delle piccole stufe metaboliche, le api producono calore, bruciando nei loro organismi il miele immagazzinato. La regolazione termica, per le basse temperature, è meno perfetta che per quelle alte, però può consentire la sopravvivenza della società, anche quando, all'esterno, il termometro scende di decine di gradi sotto lo zero. Sappiamo che, negli organismi superiori, le sostanze alimentari circolano tra i tessuti e le cellule e nell'alveare ci imbattiamo in un fenomeno vagamente analogo, noto come trofallassi, che consiste nello scambio di cibo bocca-a-bocca tra le compagne. Questo scambio è così intenso che, se distribuite ad alcune api del miele arricchito con un isotopo radioattivo, in breve tempo tutte le api rispondono positivamente al contatore Geiger. Ma con la trofallassi non entrano in circolazione solo delle sostanze alimentari, ma degli ormoni che, essendo secreti non all'interno del corpo, ma all'esterno, sono meglio indicati come feromoni. Il feromone, prodotto dalla regina e leccato dalle operaie sul suo corpo, impedisce loro di fabbricare delle celle reali: si tratta di un comando chimico al quale non ci si può opporre in nessun modo. Quella dell'alveare è una monarchia assoluta su base molecolare. Quando, in seguito all'imponente crescita demografica delle operaie, il feromone diventa insufficiente e molte restano a bocca asciutta, quelle che non l'hanno ricevuto si mettono a costruire le celle delle nuove regine. E quando l'erede al trono compare, la vecchia regina se ne va via, sciama in altre parole, con una parte del suo popolo. È come se il nostro superorganismo potesse riprodursi in due modi, l'uno agamico, per gemmazione da sciamatura, l'altro sessuale, mediante la fecondazione della regina da parte dei fuchi.
Ma il cervello di questa creatura fantomatica dove si troverebbe? È necessario, a questo punto, forzare un po' la mano e avere il coraggio di andare dalla scienza ai confini della fantascienza. Il gesuita proibito, Theilard de Chardin, che credeva insieme a Dio e a Darwin, ha scritto che l'umanità passerà ben presto dalla biosfera e dalla tecnosfera alla noosfera. In altre parole, che il pensiero dell'uomo, pur conservando una sua individualità, subirà un processo di globalizzazione planetaria. Ognuno penserà in tutti e tutti penseranno in ognuno. Alla fin fine, non si capisce come faccia l'ape, con solo un milione di neuroni, a essere capace di dar prova di tanti strabilianti comportamenti. A meno che, mi permetto di fantasticare, in questo superorganismo, una famiglia più che una società, non sia stato elaborato nel corso dell'evoluzione un sistema, simile a un internet biologico, per porre in sintonia tutti i cervelli dei quarantamila - cinquantamila individui che popolano un alveare in buona salute. Prima di noi, le api hanno già raggiunto la noosfera?

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