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La Croce ritrovata di Castiglion Fiorentino

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22 APRILE 2008
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Tecnologia e scienza sono ormai le migliori alleate degli studi storico artistici. Particolarmente quando si tratta di opere lontane. La provincia di Arezzo conserva nel suo territorio quattro croci dipinte da far risalire al tredicesimo secolo. Paola Recife, direttrice dei lavori che hanno interessato il loro restauro, ci ricorda le parole di Evelyn Sandberg-Vavalà, che nel 1929 per prima notava come la croce dipinta fosse qualcosa di diverso nell'ambito della pittura devozionale, qualcosa che acquista immediato valore di strumento religioso dalla sua stessa forma, appena intagliata, e che proprio per questo si è più spesso salvata da distruzioni, danneggiamenti, o smembramenti, rispetto a pale e polittici. Proprio la forma ha così tutelato la conservazione delle grandi croci.

Delle quattro conservate nell'aretino, la più celebre e probabilmente la più antica, salvo sorprese, è la Croce attribuita ormai da un secolo a Cimabue e databile entro l'ottavo decennio del Duecento, conservata nella chiesa di San Domenico ad Arezzo. Vi sono poi le due croci cosiddette "francescane" (e anche qui vedremo che si potranno ipotizzare dei ripensamenti) cioè quella del San Francesco di Arezzo e quella di Castiglion Fiorentino, fino ad arrivare alla più tarda, la croce senese attribuita a Segna di Bonaventura e databile intorno al 1319. Per esse la soprintendenza di Arezzo ha approntato una campagna di restauro che, inevitabilmente, non poteva non portare a sorprese che forzeranno gli studi a ripensare tanti convincimenti precedentemente stratificati. Stratificati proprio come le ridipinture e i maldestri restauri si erano stratificati su alcune di esse, occultando e deturpando la superficie pittorica originale. Marcatamente per la Croce conservata nella Pinacoteca Comunale di Castiglion Fiorentino, proveniente dalla chiesa di San Francesco.

I risultati, sorprendenti, hanno portato alla luce un'opera di inusitata qualità e ricchezza, che una serie di caratteristiche fin qui sottovalutate rendono praticamente unica nel panorama italiano dell'epoca. Fino a ventilare ipotesi di intrecci con un'importante figura legata alla chiesa da cui la Croce proviene, frate Mansueto. Collaboratore di ben quattro pontefici, fautore della rappacificazione con i pisani e della conseguente revoca dell'interdizione (1257), ebbe come ultima missione per conto di papa Alessandro IV, nel 1258, l'incarico, in qualità di legato pontificio, di negoziare la pace tra Francia ed Inghilterra: che avverrà con gli accordi di Parigi del 1259 e la fine del conflitto con l'Inghilterra. Luigi IX di Francia dona nell'occasione due reliquie a Mansueto: un frammento della Croce e una spina della corona di Gesù. Chiedendo solo di essere ricordato nelle orazioni dal frate che diverrà poi beato.

Iniziato nel 2002, il restauro della grande Croce (oltre quattro metri per tre) è stato eseguito da Paola Cardinali e Alberto Spurio-Pompili. Proprio loro, nella relazione pubblicata nel recente volume dedicato ai restauri "Croci dipinte tra Due e Trecento" (Edifir, 2008), rimarcano i risultati sorprendenti del loro lavoro e la qualità assoluta, certamente inaspettata, di quanto emerso. Scurita, coperta da strati di cera che ne nascondevano la raffinatissima cromia e la leggerezza del tratto, ecco emergere un'opera dalle caratteristiche eccezionali, che non può più essere considerata una replica stanca della croce di Cimabue del San Domenico di Arezzo. Lapislazzulo, lacche rosse e verdi, foglie oro usati senza parsimonia indicano una committenza ricca. La qualità della pittura, la sicurezza del tratto, indicano un artista di primo piano. Scrivono Cardinali e Spurio-Pompili: "Ma è il volto del Cristo che ha sorpreso per qualità pittorica". Ripulito e liberato da pesanti ridipinture, ha oltretutto svelato una capigliatura annodata dietro alla testa, di riferimento orientale. Altra certezza che si sgretola riguarda una particolarità iconografica unica, la presenza di vene in rilievo nelle braccia e nelle gambe del Cristo. Una caratterista che si riscontrava per opere duecentesche solo in alcune sculture. Tanto che prima del restauro si ipotizzava fossero state aggiunte in un periodo successivo. E' stata l'indagine stratigrafica ad accertarne la contestualità al momento della preparazione del dipinto, realizzate con lo stesso materiale.

La Croce rappresenta il Cristo Patients, la cui figura è caratterizzata da un'apertura delle braccia (due metri e mezzo) che corrisponde circa alla sua altezza, secondo i canoni di proporzione del tempo. In alto è raffigurata la Madonna Assunta con due Angeli, il cui manto è stato riportato all'originario colore rosso; a destra del Cristo, la Madonna Addolorata, col manto pure rosso, la testa reclinata e la guancia appoggiata ad una mano mentre con l'altra indica Cristo; alla sinistra, San Giovanni, con il volto appoggiato a tutte e due le mani ed una commovente espressione di estremo dolore. Ai piedi del Cristo, una figura femminile finora identificata come la Maddalena, nella scia dell'iconografia delle croci francescane. Ma il restauro ha evidenziato che i lunghi capelli erano una ridipintura successiva, e la presenza di un'aureola. Purtroppo la parte inferiore del dipinto è pesantemente danneggiata, e a tuttora non è possibile identificare la figura. Manca inoltre nella parte alta della Croce il clipeo, con la figura del Redentore. La cornice è originale, per uno spessore di circa 2,5 centimetri, se si eccettua la parte finale in basso, ricostruita sull' originale.

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