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Marvel, supereroi anche in Borsa

di Marco Valsania

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7 Maggio 2008
Robert Dowenwy jr, 43 anni, dietro le quinte, prova l'armatura di IronMan
INFOGRAFICA / Personaggi, incassi al botteghino e quotazione a Wall Street
IronMan / Il trailer

Ha una storia antica e quasi dimenticata, che affonda le radici negli anni Trenta e nelle epoche d'oro dei fumetti. Ma un futuro brillante protetto dai muscoli d'acciaio dei suoi apparentemente intramontabili supereroi, oggi in "costume" cinematografico: la Marvel Entertainment, all'indomani del successo di Iron Man che in un solo fine settimana ha rastrellato al botteghino americano e internazionale oltre 200 milioni di dollari, è entrata a tutti gli effetti nel novero delle società multimediali del Ventunesimo secolo.
La prova della nuova gloria è a Wall Street, abitualmente assai poco nostalgica: il titolo del gruppo è volato lunedì di quasi il 10% e ha proseguito ieri la marcia al record di 34 dollari, una drastica impennata dalle quotazioni di pochi dollari del 2001 e buona per una capitalizzazione di mercato da 2,65 miliardi. L'altra dimostrazione è nei pronostici di crescita della stessa Marvel, guidata dall'amministratore delegato Isaac Perlmutter, con Joe Quesada ai fumetti e David Maisel "regista" delle attività cinematografiche, finora executive dall'identità relativamente segreta per il grande pubblico e nuovi all'élite dei media. Non più: la fama è promessa da un'ininterrotta e potenzialmente redditizia collezione di lungometraggi con protagonisti dai poteri eccezionali, da un imminente nuovo Hulk al ritorno di Iron Man nel 2010 fino a Capitan America l'anno successivo. Fin da quest'anno la squadra di supereroi dovrebbe fruttare profitti tra i 100 e 122 milioni di dollari.

Per Marvel, Iron Man ha rappresentato anche più del semplice botteghino. È stato un passo strategico senza precedenti, che la posiziona per rimanere protagonista assoluta: l'emancipazione dai grandi Studios hollywoodiani, sintomo di una rivendicata maturità e della volontà di estrarre sempre più guadagni dalle proprie creazioni. È stato, infatti, il primo film che ha finanziato direttamente, senza ricorrere ad accordi di licenza, come accaduto invece con la serie di Spider-Man portata sul grande schermo dalla Sony o con gli X-Men sfornati dalla Fox e che avevano scatenato dispute sulla spartizione delle entrate. Questa svolta è stata sottolineata dal presidente di Marvel Studios, casa cinematografica del gruppo: «È un'esperienza di trasformazione per la Marvel - ha detto Maisel -. È importante assumere il controllo del nostro destino e avere la capacità di programmare e realizzare i film». La nuova formula vede gli Studios tradizionali ridimensionati a un ruolo ancillare, assunti con contratti di distribuzione dei film. Nel caso di Iron Man la scelta per la distribuzione è caduta su Viacom, per Hulk in arrivo è la Universal.
Di fronte a simili risultati e programmi i veri supereroi, prima di quelli in carta o celluloide - o meglio ancora generati dai computer - sono così diventati i dirigenti Marvel, che in un decennio hanno riscattato la società dall'oblio e dalla bancarotta. La saga del marchio Marvel - in eterno duello con la Dc Comics di Superman e Batman, parte del colosso Time Warner - è rocambolesca quanto le avventure delle sue creazioni. Fu tenuta a battesimo nel 1939 da Martin Goodman, editore di rotocalchi che si era fatto le ossa con storie western. Allora il nome della società era Timely Publications, con sede sulla 42esima Strada a New York City. Il successo iniziale consentì di potenziare lo staff: arrivarono Joe Simon e Jack Kirby, che nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, diedero vita al patriottico Capitan America. Il fumetto vendette oltre un milione di copie.

Goodman portò con sé un futuro leader del nascente dell'impero: un giovane parente dal nome di Stanley Lieber, presto accorciato in Stan Lee. La fine della guerra, però, portò alla prima crisi, con il netto declino nelle vendite di fumetti. La società attraversò gli anni Cinquanta come Atlas Comics, ma per un revival dovette attendere il decennio successivo: accanto alla Dc Comics, Marvel cominciò nuovamente a trovare lettori. E diede alla luce serie quali i Fantastici Quattro e soprattutto personaggi combattuti e calati nel mondo reale dal calibro dell'Uomo Ragno e Daredevil, Hulk e Iron Man e degli X-Men.
Quando Goodman uscì di scena, nel 1972, le redini di editore passarono a Lee. Ma gli anni Ottanta si dimostrarono nuovamente un periodo difficile, nonostante i primi tentativi di diversificazione comprando uno studio di animazione: nel 1986 la Marvel fu ceduta a New World Entertainment, che tre anni dopo la cedette al finanziere Ronald Perelman. Quest'ultimo la quotò in Borsa e la rimise in carreggiata, almeno fino alla metà degli anni Novanta, quando la crisi generalizzata del settore spinse il gruppo verso l'amministrazione controllata. Nel 1997, dopo lunghe battaglie per il controllo che videro entrare in gioco il raider Carl Icahn, Marvel finì nelle mani dell'attuale chief executive, Perlmutter. Questo era giù stato proprietario di Remington e Toy Biz, diventata la divisione giocattoli del gruppo. A quel punto corse in aiuto dell'intera Marvel assieme al partner Avi Arad, uomo d'affari di origine israeliana. Lee restò in un ruolo pubblico di presidente onorario. I semi del futuro rilancio, a questo punto, erano stati piantati anzitutto in campo cinematografico: aveva aperto i battenti Marvel Studios, la divisione cinematografica, capitanata proprio da Arad e che debuttò con il film di successo Blade.

Da qui a una lunga collezione di film di successo il passo fu breve, a cominciare dalle due serie degli X-Men, scattata nel Duemila, e di Spider-Man, iniziata nel 2002. Arad ha lasciato l'azienda due anni fa per fondare la propria casa di produzione. Marvel Studios è stata ereditata dal 45enne David Maisel, che ha alle spalle esperienze al Boston Consulting Group, al colosso degli agenti di Hollywood Caa e a Walt Disney. Anche le attività editoriali e di fumetti sono state rivitalizzate: negli ultimi sette anni la poltrona di editor in chief è stata appannaggio di Joe Quesada, 46enne con famiglia di origine cubana e promotore di nuove spinte creative in sintonia con i tempi, a cominciare da guerre civili tra supereroi, in un clima di giri di vite di sicurezza.
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