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In esclusiva: un ampio stralcio del primo capitolo

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23 luglio 2008

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Quanto alla terzogenita, la diciassettenne Violante, non pensava che a farsi monaca e anche nella morte ravvisava un dono dell'Altissimo. L'anno precedente era morto Aloisio, il fratellino di quattordici anni. Era morto in modo crudele, ucciso da un'indigestione di fichi divorati per placar la fame accumulata con il digiuno quaresimale, e invece di piangere lei aveva sorriso. «Grazie, Signore, d'averlo accolto fra gli angeli.» Lui, invece, no. Aveva pianto tutte le sue lacrime e quasi cavato gli occhi al Padre Visitatore che, in sintonia con la sorella già presa a schiaffi per il ringraziamento, era venuto a consolarli con queste parole: «Esultate, esultate, che è volato in cielo prima di commettere colpe gravi». Del resto lo odiava a tal punto che gli bastava vederlo scendere da Vitigliano di Sopra per arrabbiarsi. «Eccolo, l'aguzzino! Eccolo, lo scalognatore! » E' inutile sperare che cambiasse, che diventasse pure lui terziario.

Aveva in orrore il cilicio, a sentir dire il Rosario si addormentava, i dodici Pater e i dodici Ave col Gloria e il Requiem aeternam non li recitava, a parlargli di penitenze o astinenze perdeva la testa e la Messa la ascoltava soltanto di domenica sbuffando. «Proprio perché vi voglio bene e se non ci vengo vi dispiace!» Inoltre cercava il divertimento in qualsiasi cosa, lavoro incluso, andava a veglia da chiunque lo invitasse, correva a ogni fiera e infrangeva il precetto francescano, nonché la legge che vietava ai contadini di andare a caccia, facendo strage di animali che catturava con le reti o le trappole o le tagliole. Lepri, fagiani, conigli selvatici, e in particolare volpi che vendeva al mercato di Greve dove lo chiamavano Rubacuori perché malgrado la statura un po' bassa era davvero attraente.

Lineamenti gradevoli e resi delicati da quei capelli biondi e quegli occhi azzurri, connotato familiare che sbiadiva Gaetano fino a farlo sembrare un cavolo appassito, sorriso contagioso, corpo vigoroso. Era anche vanesio. Possedeva una giacca di velluto marrone, un farsetto di lana blu, una camicia, un paio di calze bianche, un paio di calzoni verdi da mettere con le calze bianche e da chiudere al ginocchio col fiocchetto rosso, nonché un paio di scarpe con la fibbia d'argento, un tabarro e un tricorno: cappello che i contadini non portavano mai in quanto si addiceva ai fasti della città e in campagna si usava un copricapo a paiolo. S'era comprato queste meraviglie coi soldi guadagnati a vender le volpi, e le indossava ad ogni pretesto per irritare i Da Verrazzano cui non piaceva che un mezzadro si vestisse da signore. Ce l'aveva coi Da Verrazzano. Li definiva sfruttatori, pomposi, egoisti, degni nipoti d'un pirata che si dava arie da navigatore ma che non aveva potuto dare il suo nome al fiume e alla baia di New York, e di loro detestava tutto. Più di tutto, la casa in cui viveva. Una bella casa a due piani, con sei stanze e un ampio loggiato di pietra, un bel torrino e un bel forno, e buone stalle per gli animali da lavoro o da cortile. Però piena di crocifissi, senza latrina e senza vetri alle finestre.

Al posto dei vetri c'erano i portelloni e a chiuderli per ripararti dalla pioggia o dal freddo piombavi in un buio così completo che dovevi accendere la candela anche di giorno. «I nipoti del pirata ce li hanno, i vetri! Ce l'hanno la latrina! E poi questi crocifissi mi danno malinconia! Noi non si sta in una casa. Si sta in una tomba!» E Apollonia ne soffriva, Luca se ne disperava. «Signore onnipotente, creatore degli uomini e delle piante e degli animali che il mio figliolo uccide, aiutatelo a cambiare! Salvate la sua anima ingrata!». Gaetano invece sospirava: «E' eretico. Io non capisco come abbia fatto don Luzzi a prenderlo a benvolere e istruirlo». Sì, era stato don Luzzi a istruirlo: dieci anni prima.

«Ti garberebbe imparare a leggere e scrivere, fanciullino?» «Oh, signor pievano! » «Allora dopo il Vespro vieni da me, che t'insegno.» Invito al quale Luca s'era opposto con forza. «Lasci perdere, signor pievano. Ai contadini non serve saper leggere e scrivere. A leggere gli vengono le idee, le voglie, e il mondo è già troppo afflitto dalle tentazioni.» Ma don Luzzi aveva insistito affermando che si trattava d'un ragazzo intelligente, che di ignoranti in famiglia ce n'era abbastanza, e chi aveva bisogno di comporre una lettera ora andava a Vitigliano di Sotto. «Si va da Carlo, si chiede a Carlo. Ne sa più d'un prete, lui.»

I suoi ammiratori dicevano che avesse addirittura nove libri: cosa strabiliante, visto che i libri costavano una fortuna e li possedevano solo le persone colte. Eppure li aveva. Tre, regalati da don Luzzi: il Nuovo Testamento, il Vecchio Testamento, e il Cantico de' Cantici. Sei, comprati attraverso il procaccia coi soldi delle solite volpi vendute al mercato: l'Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, insomma la Divina Commedia, 1' Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, e il Tesoro delle Campagne ovvero Manuale dell'Agricoltore Perfetto. Li teneva in camera, ben in vista su uno scaffale che chiamava la-mia-biblioteca, insieme a vari numeri della «Gazzetta Patria»: il giornalino che usciva ogni sabato a Firenze.

  CONTINUA ...»

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