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La scomparsa di Leo De Berardinis

di Renato Palazzi

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Venerdí 19 Settembre 2008
L'attore e regista Leo de Berardinis (Lelli & Masotti © Fratelli Alinari)

Gli era toccata, paradossalmente, forse la sorte più crudele per chi è abituato a stare al centro della scena: un silenzio appartato, vuoto, inerte, un esserci senza esserci, ai margini di tutto. Il fato si era accanito su Leo De Berardinis, uno dei grandi del teatro italiano degli ultimi decenni, che in seguito a un banale intervento di chirurgia plastica era finito in coma vegetativo per sette interminabili anni. Ora che se n'è andato definitivamente, è difficile non pensare alla sua morte come a una liberazione.

Nato a Gioi, vicino a Salerno, nel 1940, e cresciuto a Foggia, in una sorta di doppio radicamento in quel Sud che sarebbe sempre rimasto impresso nei suoi spettacoli, è stato fra i pochi capaci di far coesistere con una sorta di squilibrata armonia l'insofferenza del ribelle e la statura di un autentico maestro. Con la stessa disinvoltura, si può dire, sapeva affiancare l'irriverenza più sfrenata e uno scostante amore per una certa tradizione.

Il suo percorso teatrale ha attraversato varie fasi. L'inizio, a fianco dell'allora inseparabile Perla Peragallo, avviene nel tumultuoso universo delle "cantine romane", in un tempo di accesa iconoclastia che porta i due a febbrili rivisitazioni-scomposizioni dei classici, La faticosa messinscena dell'Amleto, Sir and lady Macbeth. Questa fase culmina nel breve incontro con Carmelo Bene: ma la collaborazione finirà in una violenta rottura.

Leo e Perla emigrano in un paese dell'entroterra napoletano, Marigliano, dove intraprendono il più spiazzante tentativo di contaminare la ricerca con una ruvida sottocultura popolare, coinvolgendo la gente del luogo in una serie di titoli - O' zappatore, King lacreme Lear napulitane, Sudd - in cui il furore avanguardistico s'intreccia con la sceneggiata. Dopo avere rotto anche con Perla, imbocca ancora un'altra strada, fatta di spettacoli di ampio respiro, quasi in un impulso di ricomposizione.

È in questa prospettiva che lascia il segno più profondo, muovendosi sostanzialmente tra due poli: da un lato il personale omaggio ai più amati punti di riferimento, Totò principe di Danimarca, l'Eduardo di Napoli milionaria, dall'altro una specie di visionario tragitto dentro alcune opere canoniche, dalla Tempesta di Shakespeare ai Giganti della montagna di Pirandello all'apocalittico Novecento e mille.

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