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L'educazione moderna di Pinocchio

di Daniela Marcheschi

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19 Ottobre 2008

Scriveva Seneca che la gloria è l'ombra della virtù e, proprio come l'ombra, talvolta si mostra visibile davanti a noi, talaltra invece ci segue. L'edizione di Pinocchio nei Millenni, con illustrazioni di Lorenzo Mattotti e prefazione di Tiziano Scarpa, è l'ennesima riprova della vitalità del capolavoro, a cui ha arriso la gloria in tutto il mondo dove è tradotto in cifre da capogiro.
Quando Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini, Firenze 1826-1890) iniziò nel luglio 1881 a pubblicare la Storia di un burattino nel «Giornale per i Bambini», aveva cinquantacinque anni e già assaporato il successo; non poco, peraltro. La gloria di cui parlava Seneca, però, quella che sta davanti agli occhi nello splendore della virtù, quella non l'aveva di certo immaginata: Collodi pensava di aver scritto «una bambinata», ossia un libro d'amena lettura, come si diceva allora, destinato ai ragazzi. Così – fino al termine della stesura dell'opera (fra ritardi, riprese eccetera), conclusa in periodico nel gennaio 1883 e uscita a tamburo battente in volume, a Firenze, presso i Paggi, e anche dopo per le ristampe –, Collodi non avanzò troppe pretese economiche. Lavorò anzi alla correzione delle bozze non senza sviste, che hanno fatto dannare e perfino litigare i filologi; ma era allora molto attivo e nel pieno del suo lavoro giornalistico come la firma più celebre del «Fanfulla» e di altre testate umoristiche. Aveva edito pure Macchiette e Occhi e Nasi, testi comico-satirici su cui la critica milanese, a favore del Verismo, aveva peraltro avuto qualcosa da ridire; infine era autore richiesto di diversi manuali per le scuole che, in barba ai pregiudizi del ministro della Pubblica istruzione, stavano vendendo copie su copie rendendogli assai bene. Eppure Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, questo il titolo definitivo, ebbero da subito un successo «strepitoso» come notò Guido Biagi, che sollecitava l'amico a trasferirsi a Roma, con una energia meritevole di ben altro esito.
Patriota appassionato, radicato nella sua Toscana – ma insofferente della «Toscanina» e della «Firenzina» provinciali in cui viveva e, per questo, spesso in viaggio per l'Italia e all'estero –, Collodi trasfuse nella perla formale del Pinocchio non solo la gioia di una straordinaria invenzione fantastica, ma anche la quintessenza delle tematiche critiche e degli umori suoi di quegli anni: la fame, l'ignoranza, la violenza sociale, la fiducia mazziniana nel lavoro quale mezzo per trasformare il mondo fisico, l'equilibrio fra educazione diretta alle facoltà morali e istruzione indirizzata a quelle intellettuali. Non a caso Pinocchio deve fare il sacrificio del lavoro e andare a scuola. Mentre la cultura del tempo disquisiva se nella formazione del nuovo bambino italiano dovesse prevalere l'educazione, compito della famiglia e in primis della donna, oppure l'istruzione compito della scuola, Collodi ribadiva che le due istituzioni della famiglia e della società – «l'educazione del cuore» di cui parlava la Ellis, e l'educazione della mente – dovevano di necessità intrecciarsi. Collodi rivendicava inoltre per l'uomo, il maschio, lo spazio e il diritto di una simile ravvicinata educazione delle facoltà affettive e morali nel fuoco dell'esperienza: perciò Geppetto, padre "single", è amatissimo da Pinocchio, teso a conoscere e provare il mondo, ma anche a sfidare i pericoli per salvarlo e prendersene cura.
Scarpa svolge l'idea, cara alla critica di Collodi, della sua genialità narrativa a partire dal gioco sul senso letterale delle metafore; meno persuasivo è nell'asserire che quella «di Pinocchio è anche storia di liberazione dal femminile». Collodi, che aveva avviato una dura battaglia contro l'arretrata condizione della donna (ad esempio nella commedia Antonietta Buontalenti), a rivendicarne la parità, dice ai bambini della sua epoca quello che nessun italiano o quasi avrebbe osato: non educa solo la donna, ma anche l'uomo! Ecco perché la Fata, amorevole e ferma, è allo stesso tempo creatura "misteriosa" e metamorfica, morte e rinascita: magia per una trasformazione del burattino in ragazzo "perbene" che in realtà è dubbia, come mostrano la punteggiatura e Pipì o lo scimmiottino color di rosa, seguito e parodia di Pinocchio. Il grande seduttore e intellettuale Collodi aveva ben altro da raccontare che non i suoi, presunti, problemi con il gentil sesso: la denuncia del parassitismo, della grettezza e dell'arretratezza italiana, l'universo del male e dell'ingiustizia sociale in cui Pinocchio si muove liberando se stesso ma anche le sue più oscure pulsioni e i sogni più luminosi. Le illustrazioni di Mattotti privilegiano spesso uno degli aspetti più importanti del romanzo: il lato pauroso e inquietante delle avventure del burattino/bambino, che scopre gli affetti, la durezza e la violenza del mondo maschile, ma che vi si apre e insegue comunque la fiaba, la luce femminile delle proprie fragili, struggenti, utopie.
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