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Libri / Kesselring

di Marco Innocenti

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14 marzo 2009

E' il 17 febbraio 1947, nell'aula della Corte d'assise di Venezia, mentre un pallido sole si affaccia alle finestre, si apre il processo contro Albert Kesselring, 62 anni, feldmaresciallo del Terzo Reich, già comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia. La giuria è militare e inglese. Con passo deciso compare la figura massiccia del feldmaresciallo in abito borghese grigio, camicia bianca e cravatta blu, impassibile in volto.

La storia, si sa, la scrivono da sempre i vincitori. E i vincitori, con Kesselring, non sono stati teneri. "Aguzzino, mostro, massacratore, boia, vergogna, terrore..." Bavarese e cattolico, professione soldato, il feldmaresciallo fu un "combattente fino all'ultimo giorno": un comandante di straordinarie capacità e di inflessibile senso del dovere, un'ossessiva lealtà che lo chiuse nella trappola del giuramento a Hitler.
Proprio qui sta il "caso Kesselring": se, cioè, e in quale misura si sia annidato in lui il vizio della mente tedesca che considera un alibi sufficiente a scusare qualunque delitto l'ubbidienza agli ordini ricevuti.

La risposta, come spesso ai problemi morali, è difficile. La condanna a morte comminatagli il 6 maggio 1947 dai giudici inglesi fu motivata da "crimini di guerra" commessi in Italia: le Fosse Ardeatine e l'ordine del 17 giugno 1944 che autorizzava rappresaglie contro i civili. Pur commutata in ergastolo e seguita, causa un tumore, dalla grazia, la condanna (con l'etichetta di responsabile dell'estate rosso-sangue del '44) resta un marchio pesante impresso sulla figura di Kesselring.
Ma, se non ci sono alibi, esistono delle attenuanti. Dopo l'8 settembre 1943, a Sud, il feldmaresciallo disarmò i soldati italiani ma li lasciò liberi mentre Rommel, a Nord, li fece deportare. La rappresaglia delle Fosse Ardeatine era inevitabile (come ben sapevano gli attentatori comunisti) e Kesselring, che non poteva ignorare nella sostanza un ordine di Hitler, la rese meno apocalittica rispetto alla furia isterica del Fuehrer. L'ordine del 17 giugno (questa è la tesi difensiva) fu emanato come risposta alla recrudescenza degli attacchi partigiani dopo l'appello alla guerriglia lanciato dal generale Alexander da Radio Londra: "Italiani, uccidete i tedeschi, distruggete i loro mezzi, raccogliete informazioni e passatele a noi".

L'identità di militare portava il comandante tedesco a difendere con ogni mezzo la vita dei soldati che gli erano affidati e la sua posizione era terribilmente scomoda: preso in mezzo fra gli eserciti anglo-americani che avanzavano da Sud, la lotta partigiana e le enormi pressioni di Hitler da Berlino.
Uomo equilibrato e leale, testardo e coraggioso, si macchiò degli eccidi commessi dai suoi uomini ma non aveva nessun potere di contravvenire agli ordini e, quando fu possibile, intervenne per attenuarne il devastante impatto. Fu un americano, il generale "Ike" Eisenhower, a dire: "L'obbedienza agli ordini di guerra deve essere assoluta e non condizionata da scrupoli morali". L'operato di Kesselring non è assolvibile: proporne, però, un'immagine più coerente con la realtà storica è doveroso. Vi si dedica Vasco Ferretti, in "Kesselring", non condannando né assolvendo ma ricostruendo avvenimenti e profili umani, depurandoli da ideologismi e pregiudizi e collocandoli nel loro tempo e contesto culturale.

Con questo taglio, anche un personaggio controverso come Kesselring trova una dimensione storica meno demoniaca e più in sintonia con una stagione crudele della storia d'Europa in cui poche mani, anche fra i vincitori, restarono inequivocabilmente pulite.


"Kesselring"
di Vasco Ferretti,
Mursia, Milano 2009, pagg. 290, euro 17

14 marzo 2009
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