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Autore e precario. L'intervista ad Antonio Incorvaia

di Fabrizio Buratto

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24 aprile 2009

Antonio Incorvaia, autore precario di "Generazione 1000 euro": "il successo del libro non mi ha cambiato la vita"
Uno dei protagonisti del film tratto da "Generazione 1000 euro", parlando al telefono con un coetaneo, si domanda: "Questa è l'unica epoca della storia in cui i figli stanno peggio dei padri e la nostra risposa qual è? Mangiare sushi?" A tre anni dall'uscita del libro omonimo, Antonio Incorvaia – coautore con Alessandro Rimassa – non si è dato risposte, "però ho smesso di farmi domande. Alessandro ed io, seppur in modo ironico e brillante, con il libro avevamo posto una serie di questioni, anche alle istituzioni attraverso una petizione sul blog all'allora ministro del Lavoro Cesare Damiano. Non volevamo lamentarci e basta, ma provare ad affrontare il problema; purtroppo però non è cambiato nulla e quel sentimento di ironica rassegnazione, per quanto mi riguarda, ha lasciato spazio all'impotenza."

La tua vita è cambiata, dopo l'uscita del libro?
Sì, non grazie al libro però, ma perché ho continuato a credere che mandare curriculum potesse essere un canale di accesso alle aziende; così a 34 anni ho avuto il mio primo co.co.pro. e per me è stato un salto di qualità.

Che lavoro facevi, e che lavoro fai ora?
Nel 2006 ero collaboratore free lance di una serie di riviste musicali e di spettacolo, ora faccio il project manager di una web agency.

Riesci a fare progetti per te, al di là dei co.co.pro?
A livello di indipendenza fisica e domestica no. Vivo ancora con i miei genitori, ma non mi sento un bamboccione. Con un co.co.pro. mi è impossibile gestirmi diversamente, considerati i prezzi degli affitti a Milano. E' pur vero che, essendo laureato in Architettura, mi considero un libero professionista, dunque il co.co.pro. lo sento vicino al mio modo di intendere il lavoro.

Le royalty del libro quanto hanno influito sul tuo bilancio?
Con le royalty mi sono pagato il dentista, che continuavo a rimandare, ora aspetto quelle delle traduzioni per andare dal fisioterapista. A furia di collaborazioni cado a pezzi, però le royalty arrivano una volta l'anno e non ci si può contare più di tanto.

In quale personaggio del film ti identifichi?
In quello di Valentina Lodovini, che secondo me è anche una brava attrice. Lei nel libro vorrebbe insegnare Lettere, io uscito dal liceo scientifico avrei voluto fare Lettere classiche, poi con i miei genitori trovai il compromesso di Architettura.

La Generazione 1000 euro, con la crisi, è diventata la generazione 750-900 euro. Facebook e gli altri social network possono essere considerati un ritrovo virtuale incentivato dal fatto che andare a mangiare fuori o al cinema è dispendioso?
Certo. Basti considerare il mercato che ruota intorno ai giovani: i prezzi dei concerti sono altissimi, quelli di cd e dvd restano alti, anche andare un'ora a giocare a calcetto o a tennis non costa poco. Per i pensionati o per gli studenti esistono varie riduzioni, mentre per la fascia 25-35 anni non c'è nulla. E allora ci si aggrega su facebook condividendo i contenuti, caricando video e scaricando musica dalla rete.

Cito dal film: "Avete presente quei giovani ormai non così giovani di cui ogni tanto parlano in tv scuotendo la testa con rassegnazione? Ecco, quei giovani sono io." A 35 anni, quando ti danno del giovane, cosa provi?
La magra consolazione che provano le dive a 70 anni quando gliene danno 69. In Italia l'età anagrafica dovrebbe contare per quello che è realmente. La scuola considera un ragazzo maturo a 18 anni, e infatti va a votare, prende la patente. Dunque a 30 anni si dovrebbe essere uomini, non giovani. Noi scambiamo il termine "giovane" col termine "inedito", altrimenti non si spiega come il "giovane" vincitore di X Factor possa avere 38 anni.

Cosa manca ai giovani adulti italiani per diventare adulti e basta?
La voglia di essere veramente autonomi. Il nostro atteggiamento è di attendere sempre qualcuno che ci dia qualcosa come se fosse dovuto. Invece, se io voglio qualcosa, devo rivendicarla e prendermela.

Perché i precari non riescono a fare gruppo?
Hanno molto da perdere nel rivendicare i loro diritti o scendendo in piazza a manifestare. Se poi il datore di lavoro li lascia a casa, chi li difende? E allora preferiscono tenersi quel poco che hanno. Inoltre fra i precari non c'è solidarietà: "mors tua, vita mea". C'è sempre qualcuno che aspetta una tua mossa falsa per prenderti il posto.

Si legge e si sente dire spesso: crisi come opportunità. Che ne pensi?
Ci credevo fino a poco tempo fa. Pensavo che in una situazione del genere le aziende avrebbero reagito elevando il livello di merito e sarebbero stati scremati coloro che occupavano posti immeritati. Invece leggo che i tagli avvengono per tipologia contrattuale, o per categorie, e allora mi sembra un alibi utilizzato da alcune aziende per fare questo tipo di gioco con la coscienza più pulita.

24 aprile 2009
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