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Peer review

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Un profondo conoscitore italiano del sistema di peer review, l'anatomopatologo Paolo Bianco, che ha lavorato a lungo ai National Institues of Health (NIH) e fa parte del registro NIH dei valutatori, è solito dire di questa procedura quello che Churchill diceva della democrazia: è il peggior sistema, a parte tutte le altre. E', questa, cioè che non esiste sistema migliore di valutazione della qualità delle pubblicazioni e dei progetti di ricerca, anche la conclusione a cui sono giunti due approfonditi studi su come limitare i costi e rendere più efficienti processi di peer review, condotti dai British Research Councils e i NIH negli Usa. Però, c'è un però. Parafrasando Robert Dahl, che di democrazia ci capisce più di Churchill, si può dire che se il termine peer review diventa onnicomprensivo, non significa più niente. Per dire: non pochi paesi illiberali o dove neppure si vota si sono definiti o si definiscono democrazie.

Da alcuni anni ci si è accorti che in Italia i finanziamenti alla ricerca non vengono distribuiti sulla base di peer review. Secondo alcune stime meno del 10% passa attraverso un processo di valutazione obiettivo. A diffondere questa consapevolezza, sono stati un certo numero di giovani, relativamente all'Italia almeno, e bravi ricercatori, ritornati dall'estero, che hanno verificato la superiorità del sistema di finanziamento della ricerca nel mondo anglosassone in virtù dell'applicazione sistematica di un efficiente sistema di peer review. A questo punto tutti si sono risvegliati, e anche chi ha sempre praticato e difeso il sistema clientelare vigente in Italia, dice che per rilanciare la nostra ricerca si deve adottare il processo di peer review. Ma siamo davvero tutti d'accordo su cosa è, e come funziona questa procedura?

Facciamo qualche esempio. La Fondazione Roma per la Ricerca Biomedica ha distribuito 15milioni di euro per progetti di ricerca in ambito biomedico. E l'ha fatto cercando finalmente di applicare due criteri fondamentali del procedimento: i valutatori dei progetti devono essere autorità nel settore scientifico che si vuole finanziare (il grado di competenza va misurato con l'impact factor o l'h index delle loro pubblicazioni) e devono dichiarare formalmente l'assenza di qualunque conflitto di interesse; vale a dire che non devono aver presentato un loro progetto, avere rapporti di collaborazione con i gruppi di ricerca che partecipano al bando, né si deve sospettare qualche interesse possa essere in gioco. L'operazione guidata dall'istologo e accademico dei Lincei, Mario Stefanini, ha fatto leva, per maggiori garanzie, sulla scelta di 9 valutatori stranieri.

Vediamo quando invece si dice peer review, ma è in realtà non è così. Per esempio una prestigiosissima fondazione bancaria – meglio non fare nomi e solo per avere un termine di paragone omogeneo –ha distribuito milioni di euro a ricercatori che lavorano con qualcuno che fa parte del comitato di valutazione. Ma gli esempi abbondano: non si contano le commissioni ministeriali che in Italia finanziano progetti di ricerca o iniziative, dove i componenti danno i soldi a loro stessi o a qualche collaboratore con cui poi li divideranno.

Questo si chiama conflitto di interesse: nel mondo anglosassone è un'onta, ma in Italia come sappiamo è la regola. Il conflitto di interesse non si risolve certo, secondo gli standard anglosassoni, con l'allontanamento dalla discussione del componenti interessato: l'affidabilità pubblica delle procedure richiede che il conflitto non lo si debba nemmeno sospettare. Il fatto singolare è che molti valutatori che in Italia non si curano del conflitto di interesse, quando sono all'estero rispettano le regole. Comunque, anche gli scienziati anglosassoni qualche volta, quando lavorano per gli italiani seguono il loro proverbio: when in Rome, do as Romans do.

Altri esempi di come non si distribuiscono in modo trasparente e ed efficiente i soldi delle nostre tasse sono gli stanziamenti arbitrariamente destinati a enti di ricerca non pubblici dai ministri o dalle leggi finanziarie. Comunque, anche i fondi appoggiati a enti pubblici, come l'Istituto Superiore di Sanità, vengono distribuiti con peer review all'italiana. Dunque come la democrazia può presentarsi in diverse forme (classica, rappresentativa, liberale, diretta, deliberativa, illiberale etc.), anche la valutazione mediante peer review può essere fatta in vari modi.

Viene da pensare che per gli scienziati e i funzionari anglosassoni è ‘naturale' fare le cose bene ed evitare in primo luogo i conflitti di interesse. L'etica protestante che ne ha plasmato il senso civico è palesemente superiore a quella cattolica nel promuovere l'integrità e l'affidabilità pubblica degli individui. In occidente il procedimento di valutazione tra pari risale al 1665, quando Henry Oldenburg introduceva la pratica di far leggere a qualcuno competente della materia i manoscritti proposti per la pubblicazione su Philosophical Transaction of the Royal Society. Ed è una delle caratteristiche del modo di funzionare della scienza che hanno forse ispirato il modello politico liberaldemocratico. Per cui un po' si capiscono le difficoltà di un paese di tradizione cattolica, come l'Italia, che ha spesso guardato con sospetto o avversato la scienza in quanto apportatrice di pensiero critico, e, guarda caso, non ha mai apprezzato neppure il liberalismo democratico.

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