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Nuovo, non bieco: l'Illuminismo di Jean Petitot

di Giorgio Fontana

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21 AGOSTO 2009

Jean Petitot, "Per un nuovo illuminismo"Chi è davvero bieco?
Non molti giorni fa, il presidente della CEI definiva opera di "bieco illuminismo" la sentenza del TAR del Lazio di escludere dagli scrutini i professori di religione. Niente di nuovo sotto il sole, in verità: storicamente, l'Illuminismo è stato bersaglio di critiche sia da parte della Chiesa che da parte di filosofi continentali come Heidegger o la celebre coppia Adorno-Horkeimer.
In realtà definire "bieco" l'Illuminismo è paradossale, perché il pensiero dei Lumi è tutto fuorché un atteggiamento intransigente (a differenza appunto dei suoi detrattori). In questo senso, sembra cadere a pennello una lettura poco estiva per l'impegno richiesto, ma estremamente attuale per i suoi contenuti: Per un nuovo illuminismo di Jean Petitot.
In questa raccolta, il filosofo francese si schiera a difesa di un approccio razionalista non solo nei confronti delle scienze positive, ma anche dell'etica o dell'analisi degli aspetti qualitativi dell'esperienza. Forte di una preparazione d'eccellenza in matematica così come in filosofia teoretica, Petitot offre un panorama di analisi concettuale davvero sorprendente.

In difesa della ragione
Flashback al 1784. Kant definisce così l'Illuminismo: "è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro."
Queste parole non sono invecchiate di un istante: l'Illuminismo come categoria universale del pensiero continua a essere un antidoto forse fastidioso, ma necessario, alla pigrizia mentale. Secondo Kant, un ragionamento sbagliato è figlio innanzitutto della viltà. In altri termini, è come nascondersi dietro un dito. Qualsiasi dito: quello della religione, del denaro, del potere, della massa.
Del resto, è sufficiente scendere per strada. La vita di ogni giorno (per non parlare della politica contemporanea) ci regala splendidi esempi di pessime argomentazioni, di logica declamatoria, o di comunicazione fine a se stessa.
Quando è solo l'esercizio corretto della ragione a renderci più equilibrati, più comprensivi, più tolleranti: migliori.

Naturalmente...
Naturalmente le cose non sono così semplici. Come scrive Petitot nel suo saggio su Il sapere, il dovere e la speranza, la critica base a ogni tipo di illuminismo o razionalismo è la sua presunta deriva verso forme di burocrazia del pensiero, o di esaltazione pura della tecnica.
Nonostante l'educazione, la ricerca e le scienze siano senz'altro la chiave del nostro sviluppo, gran parte della filosofia continentale è ancora ferma a un conflitto fra questo tipo di ragione scientifica e una sua concezione etica o culturale. Come se inevitabilmente la prima portasse a una specie di mera operatività tecnologica, in grado soltanto di ridurre l'uomo a una funzione, o di fagocitarlo.
Heidegger, in due parole, la mette così: "La scienza non pensa".
Ma allora come fare per tornare davvero a un'idea "pensante" della scienza? Petitot ci invita a ripensare innanzitutto alle autentiche radici dell'Illuminismo: un pensiero laico (non accetta meri dati di fede), razionale (rifiuta le argomentazioni fallaci) e critico (non esalta lo strapotere della ragione). Come ricorda Foucault,"la critica sarà [...] quella che dirà al sapere: sai bene fin dove sei in grado di sapere? Ragiona finché vuoi, ma sai bene fin dove puoi ragionare senza pericolo?"
All'idea di una dicotomia fra tecnica e umanismo, Petitot oppone l'idea di una nuova cultura scientifica di massa, che dimostri come in realtà la dicotomia stessa sia vuota: la scienza non spegne l'empatia o le qualità individuali.
Non è infatti con la "poesia del concetto" che il mondo verrà salvato dai suoi flagelli sociali. Ma soltanto con una concezione corretta del nostro pensiero razionale.

Verso un nuovo Illuminismo
È così che Petitot cerca di dare un nuovo volto alla modernità filosofica— in molteplici forme. Si va dai contributi più specialistici (per stomaci robusti) su matematica e fisica quantistica, passando per le applicazioni più affascinanti della morfogenesi di René Thom (autore della celebre teoria delle catastrofi), fino alla difesa di un nuovo approccio trascendentale.
Ma tutta l'opera è pervasa da uno spirito comune: annientare quella "distorsione fondamentale" di cui parlava Gilbert Simondon, per cui "il potere diviene letteratura, arte dell'opinione, perorazione sulla base di verosimiglianze, retorica."
Il libro si chiude con un omaggio a tre grandi pensatori italiani: Antonio Banfi, Giulio Preti e Piero Gobetti — quel Gobetti ispiratore di un liberalismo ispirato alla lezione socialista, ma non per questo schiavo delle correnti rivoluzionarie. Esempio ulteriore di come il pensiero dei Lumi, al di là di ogni inquadratura storica, rimanga attuale e ancora in grado di parlarci.
E in tempi come questi, qualsiasi contributo alla ridefinizione della razionalità sembra sempre più necessario. Anche nella vita quotidiana.

21 AGOSTO 2009
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