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Azar Nafisi: l'Iran laico che non c'è più

di Vittorio Da Rold

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24 novembre 2009
La scrittrice iraniana Azar Nafisi (Giulio Napolitano / LaPresse)

«La protesta dei giovani riformisti in Iran non è affatto finita», afferma sorridente Azar Nafisi, 54 anni, la scrittrice iraniana di "Lolita a Teheran" in questi giorni in viaggio in Europa per presentare il suo ultimo libro ("Le cose che non ho detto", editore Adelphi) mentre scrive, dopo una piacevole serata di conversazione sull'ultima sua fatica svoltasi al Teatro Parenti a Milano, una dedica sul frontespizio che è tutta un programma politico: «Nella speranza di rivederci a Teheran». Già perché Azar Nafisi ha dovuto lasciare il suo adorato paese mediorientale nel 1997, dopo che l'Esecutivo guidato dal presidente Mahmud Ahmadinejad ha imposto l'obbligo del velo islamico a tutti gli insegnanti (esattamente il contrario di ciò che impose 80 anni fa Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna) per definire la sfera laica dello Stato e dell'istruzione pubblica. E dopo aver lasciato l'Iran, Nafisi non ci ha più rimesso piede neanche in occasione della recente morte dei suoi genitori.

Una sofferenza nella sofferenza del lutto, ma Azar Nafisi, raffinata docente universitaria di letteratura americana negli Stati Uniti, è una fuoriuscita, seppur di lusso. Dunque perché tanto ottimismo rispetto a un movimento riformista che ha subìto arresti, processi di massa, repressione e che forse manca di strategia? «Sì – ammette – c'è una debolezza di fondo nel movimento riformista che consiste nel fatto che oggi è la gente che scende in piazza anticipando le decisioni dei leader. Non c'è una reale leadership riformista con una strategia politica e questo è il punto critico del movimento».

Eppure quando Medhi Karroubi, uno dei due leader riformisti candidati alle presidenziali del 12 giugno poi sconfitti da Ahmadinejad, a fine maggio fece cadere il cancello al Politecnico di Teheran per poter parlare agli studenti, sfidando il divieto del rettore, sembrava che qualcosa stesse cambiando a Teheran. Non pensa? «Lei era nel posto giusto nel momento giusto», commenta con un pizzico di nostalgia tipico di chi non può entrare nel proprio paese da dodici anni. E forse per supplire a questo impedimento che ha scritto questa suo ultimo libro che è un inno di amore per la sua famiglia e il suo paese. Un lessico famigliare basato sulle figure dei suoi genitori, personaggi altolocati della società iraniana, con il padre sindaco di Teheran per molti anni e la madre, una delle prime deputate al Parlamento. Un mondo progressista, poliglotta, laico. Un Iran secolare che oggi sembra scomparso dall'orizzonte come le statue dei Buddha distrutti a cannonate dai telebani in Afghanistan. Ma Azar Nafisi con il suo libro di memorie compie il miracolo della letteratura di restituirci il passato e un mondo che i fondamentalisti vogliono far sparire e così ci restituisce un Iran tollerante e occidentale che sembrava sparito per sempre. Una magìa che solo gli scrittori sanno fare.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi, Milano, pp.342, euro 19,50

24 novembre 2009
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