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Bhutan, in equilibrio sul dragone

di Lara Ricci

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8 novembre 2009
Galleria fotografica Bhutan
L'Incoronazione del re del Bhutan

«La nostra responsabilità è restare differenti». Kunzang Choden ha solo 56 anni ma ha una storia d'altri tempi. A nove anni partì a piedi, accompagnata dal fratello appena più grande, attraverso un regno dove non c'erano strade, né luce, né scuole o ospedali. La schiavitù era appena stata abolita. Dopo dodici giorni di cammino per valli terrazzate di piccoli campi di riso, sormontate da foreste e cime intoccabili, arrivò a una calda frontiera dove incontrò uomini dalla pelle di un colore mai visto, con occhi enormi e strani nasi lunghi e dritti. Tutto faceva paura. C'erano «case giganti su due ruote»: davano il vomito se ci si saliva. I due bambini non avevano idea di cosa fosse un'auto, non capivano niente di quel che dicevano i nuovi individui, né riuscivano a ingurgitare la brodaglia giallastra di cui si nutrivano.

«Fu un'esperienza, drammatica, se ci penso oggi mi chiedo come abbiamo potuto sopravvivere» dice la donna, che poi ha girato il mondo, lavorato per l'Onu e deciso di raccontare le storie della sua gente. È il primo autore del suo paese tradotto all'estero, da qualche mese anche in italiano. Fino a quarant'anni fa, infatti, non esisteva neppure un linguaggio scritto. Quando nacque Kunzang Choden l'unica letteratura era quella religiosa, patrimonio di soli maschi e redatta in un idioma straniero che nessuno parlava. Oggi, delle quattro lingue locali, solo una ha una grafia.

La lunga traversata che aveva intrapreso stava portando la piccola Kunzang a scuola, così come accadde a molti bambini della sua generazione. Il re aveva deciso di modernizzare un paese che una teocrazia secolare, la povertà e il profondo isolamento tra alte montagne avevano mantenuto nel medioevo. Aveva ottenuto di poter inviare alcuni ragazzi a studiare gratuitamente all'estero: c'era bisogno che i piccoli contadini tornassero ingegneri, medici, veterinari, agronomi e insegnanti.

Il regno di cui stiamo parlando non molti saprebbero localizzarlo su una mappa. Passa dai 100 ai 7.300 metri sul livello del mare. Le sue vette sono ancora inesplorate, perché sacre ai suoi abitanti. È alla latitudine del Marocco ma è verde come la Svizzera, e ne ha la medesima estensione, anche se le stime parlano di soli 700mila abitanti. In cinquanta anni si è trasformato da una società di tipo feudale, senza strade né comunicazioni, a una nazione in via di sviluppo all'avanguardia, sotto certi aspetti, persino rispetto alle nazioni più avanzate: un terzo del territorio è parco naturale, si fa la raccolta differenziata, sono aboliti (almeno per legge) i sacchetti di plastica e il fumo è stato qui vietato per la prima volta al mondo.

Stiamo descrivendo il Bhutan, che gli abitanti chiamano Drukpa, paese del drago. Uno stato himalayano schiacciato tra la Cina e l'India che ha costruito la sua identità nel perenne confronto con il Tibet. Nel 1616, dopo che la scuola buddista si divise sostenendo due diverse reincarnazioni di un grande religioso, una delle due, Shabdrung Ngawang Namgyal si rifugiò qui e unificò il territorio costruendo una ventina di spettacolari fortezze, dette «dzong», dove tuttora ha sede il potere religioso, amministrativo e politico. Infatti, nonostante ai primi del ‘900 la teocrazia abbia lasciato il posto a una monarchia, il buddismo resta profondamente intrecciato alla politica e radicato nella società. Volente o nolente molte famiglie spediscono ancora un bambino al monastero.

La voce del Bhutan, che oggi vive di turismo, esportazioni di energia idroelettrica e agricoltura, si è sentita soprattutto perché tra gli anni 70 e 80 sviluppò l'idea di Felicità nazionale lorda. Rifiutandosi di giudicare il benessere del suo popolo in termini di mera ricchezza, il re cercò un equilibrio tra sviluppo materiale e morale. Lo fondò su quattro pilastri: crescita economica solidale e sostenibile, conservazione dell'ambiente, protezione e promozione della cultura, buon governo. Una dinastia di regnanti, quella bhutanese, da fare invidia a capi di governo democraticamente eletti: dagli anni 50 le tre generazioni di sovrani hanno distribuito le terre ai poveri, istituito scuole e ospedali gratuiti, difeso l'ambiente, scritto la costituzione, istituito il parlamento e, l'anno scorso, proclamato la repubblica costituzionale, a quanto pare contro il volere del popolo. Molta gente preferiva che il re si prendesse cura di loro e aveva paura delle divisioni che la politica porta con sé.

Sul tetto del mondo, nonostante i tumultuosi cambiamenti, la tradizione è conservata con caparbia, persino per legge. Gli ospitali abitanti del Bhutan sono rigorosamente abbigliati con l'abito ufficiale, una veste lunga per le donne e a mezza gamba per gli uomini che coprono le gambe nude con lunghi calzini. Vi accoglieranno in case in terra battuta - dall'architettura tipica stabilita con apposite norme - spesso decorate con enormi e beanuguranti falli agghindati da motivetti floreali. Impossibile non notarli. Secondo l'etnologa Françoise Pommaret - che dal 1981 vive e lavora almeno parte dell'anno nel paese - le numerose rappresentazioni falliche servirebbero ad allontanare gli spiriti nefasti. Un'usanza, sconosciuta negli altri paesi himalayani, che pare legata all'eroe culturale del paese, il santo pazzo Drupa Kunley (1455, 1529). Un lama che si ribellò alle regole monastiche e percorse il Tibet insegnando il buddismo in modo poco ortodosso: concedendosi numerose amanti, intonando canti religiosi arricchiti da contenuti sessuali e soggiogando i demoni locali con il suo «Dorie», eufemismo onorifico per fallo. Una rappresentazione lignea del Dorie battezza tuttoggi i pellegrini che si recano al tempio Chimi Lhakhang, sulla cima di un'incantevole collina non lontano da Punahaka. Il Bhutan è un paese diverso, senza troppi complessi. La nozione di verginità è assente, come l'aborto. I bambini senza padre sono ben accolti dalla comunità. Il matrimonio è poco diffuso (esiste formalmente dal 1997) e, in alcune regioni, i mariti si possono tenere in prova per due anni. La poligamia e la poliandria è permessa, ma solo se le spose o gli sposi sono della stessa famiglia (l'ex re, con le sue tre mogli sorelle, dà ancora l'esempio).

  CONTINUA ...»

8 novembre 2009
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