E' l'uomo nuovo dei beni culturali. Mario Resca è arrivato al Ministero col suo curriculum di supermanager, un passato da presidente di Mc Donald's Italia, attuale membro del cda dell'Eni e di Mondadori, presidente delle società Italia Zuccheri e Casinò di Campione, nonché di Confimprese. Fortemente voluto dal ministro Bondi, che non si è lasciato scalfire dal vortice di polemiche che hanno accompagnato la nomina, per lui è stata da poco creata la direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. In questa intervista al Sole24ore.com racconta speranze e strategie.

Lei, col suo bagaglio manageriale, che impatto ha avuto con l'organizzazione ministeriale?
Sono arrivato con una legge dello Stato, cominciando ad operare il 7 agosto. Dopo alcune preclusioni iniziali, ho instaurato un ottimo rapporto, molto sul territorio, dove sovrintendenti e direttori hanno una necessità forte di sentirsi ascoltati. Trascurati per decenni, prigionieri di luoghi comuni come l'auto-referenzialità e di risorse cronicamente insufficienti. Il piano di rilancio del nostro patrimonio nasce condiviso. Sul piano internazionale stiamo sviluppando rapporti dall'America all'Europa, Russia compresa, alla Cina, al Giappone. Ma ci vogliono risorse; iniziative come le aperture straordinarie notturne, che hanno tanto successo, costano e lo Stato, dobbiamo rendercene conto, non ha forze sufficienti. Dobbiamo convincere i privati che il ritorno dell'investimento in cultura è eccellente, ci sono precise rilevazioni di come un euro in cultura porti sedici euro a tutto l'indotto.

Esistono strumenti adeguati per attrarre capitale privato?
Vengo da un convegno ad Avignone, a cui partecipavano i ministri della cultura di Francia e Spagna. Che hanno sottolineato i risultati nei loro paesi di seri incentivi fiscali su donazioni alla cultura. Ottenerli anche in Italia è uno degli obbiettivi primari della mia direzione. Gli altri strumenti sono: i commissari, che consentono di accorpare in un'unica figura competenze diverse, e le fondazioni, in grado di coinvolgere privati ed enti locali, responsabilizzandoli nei confronti delle realtà del loro territorio. Abbiamo già avuto lusinghieri risultati col Museo Egizio di Torino e con la Triennale di Milano, ed entro l'anno prossimo abbiamo l'obbiettivo di far decollare il Maxxi di Roma, che per ora è una scatola vuota, ma su cui avverto tanto interesse e spero attragga importanti partner privati anche non romani.

Tutela e valorizzazione richiedono però un delicato equilibrio per essere conciliati
Io, arrivando dall'esterno, ho incontrato funzionari, istituzioni, associazioni e fondazioni del settore, e ora sono molto più preoccupato della tutela che della valorizzazione. Sono sempre state date pochissime risorse per la conservazione, non esiste un catalogo del nostro patrimonio, non c'è un sito che metta in rete tutti i 4.500 musei del nostro paese. Tranne che in rare eccezioni, non abbiamo sistemi di sicurezza all'avanguardia, locali con gli adeguati tassi di umidità. La valorizzazione non è mercificazione, l'ho ribadito nella recente riunione col consiglio dei beni culturali, ma è una valorizzazione di tipo culturale, innanzitutto per i nostri concittadini. Ma se non conserviamo, cosa vogliamo poi valorizzare?

In novembre una circolare del ministero invita i musei a stilare un elenco di opere non prestabili, perché identitarie di quel museo. Il direttore degli Uffizi l'ha già fatto da tempo, eppure l'«Annunciazione di Leonardo» o la «Venere di Urbino» di Tiziano se ne andarono in Giappone.
Concordo col parere che forse c'è stato un abuso di prestiti, sia in Italia che all'estero. Come per le mostre, che sono troppe e alcune sembrano fatte solo per permettere alle società che gestiscono i servizi aggiuntivi dei musei di alzare il prezzo del biglietto. Stiamo preparando nuove linee guida, per i prestiti e per le mostre, che dovranno essere di meno, di più qualità e meglio comunicate. Metteremo anche delle linee guida per migliorare la qualità dei servizi di accoglienza. E' troppo bassa, è una questione prioritaria da risolvere.

Proprio rispetto ai servizi di accoglienza, di cui devono essere bandite le gare di appalto, è stato accusato di conflitto di interessi. In quanto membro del cda della Mondadori, proprietaria di Electa, partner di una delle società di gestione dei servizi aggiuntivi nei musei...
Credo si tratti di polemiche pretestuose. Non esiste possibilità di inquinare niente. Le gare non dipendono da me, ma dalle sovrintendenze, e due società di consulenza internazionali, la Ronald Berger e la Boston Consulting Group, stanno lavorando da mesi per noi, preparando le nuove linee guida. Perché c'è un preoccupante problema sulla qualità dei servizi, e il fatto che ora le concessioni debbano essere rinnovate è un'occasione di miglioramento che non possiamo fallire. Non è un caso se venti anni fa eravamo i primi al mondo per numero di visitatori, ora siamo quinti, e facilmente scivoleremo al settimo posto.

È solo un problema di servizi?

Dobbiamo imparare a comunicare meglio, facciamo poco per attrarre. Se ci sono siti bellissimi che non vengono visitati è solo colpa nostra. Bisogna prendere ad esempio città come Torino, capaci di riconvertirsi da città industriale in città della cultura. Mi pare che Milano lo stia capendo, vedo molto fermento e spero di risolvere a breve il nodo della grande Brera, un progetto che si trascina ormai da quarant'anni. Intanto, da gennaio a ottobre 2009, i visitatori sono aumentati del 68 per cento. In un momento di crisi come questo, l'Italia ha il dovere di puntare sul proprio patrimonio culturale.