ILSOLE24ORE.COM > Notizie Cultura e Tempo libero ARCHIVIO

Oltre le maschere. In ricordo di Bobby Fischer

di Giorgio Fontana

Pagina: 1 2 di 2 pagina successiva
commenti - |  Condividi su: Facebook Twitter|vota su OKNOtizie|Stampa l'articoloInvia l'articolo|DiminuisciIngrandisci
14 gennaio 2010
Fischer alla finale del Campionato del mondo
FOTO / Le immagini di un uomo

Le immagini di un uomo

Due anni fa, il 17 gennaio 2008, moriva Robert James Fischer. Al secolo Bobby, il più grande scacchista americano del secolo. Moriva di insufficienza renale, dopo aver rifiutato di essere sottoposto a cure. Moriva solo e dimenticato, ridotto a macchietta — l'ultima maschera nel corso di una vita di maschere. In fondo, tutta l'esistenza di Fischer può ridursi a questo: alla percezione che il mondo ha avuto di lui, e al suo disperato tentativo di sfuggire a queste immagini, per ritagliarne una propria.

 

Giovane talento

La prima maschera fu quella più banale: il bambino prodigio. Nato nel 1943, Fischer scoprì gli scacchi a sei anni grazie a un kit regalatogli dalla sorella. Cominciò a frequentare il Brooklyn e il Manhattan Chess Club, dove ebbe come mentori Arnold Denker e John Collins. Fu a tredici anni che la bomba esplose. Prima Fischer era solo una "grande promessa": poi iniziò una crescita verticale che lo trasformò in un fenomeno unico al mondo. Sempre nel 1956 sconfisse Donald Byrne in quella che fu ricordata come la "partita del secolo". Tutto quello che sarebbe stato Fischer era già racchiuso in quelle quarantun mosse: la combinazione che sfrutta un minimo errore dell'avversario, il sacrificio accuratamente calcolato, la tranquillità nel capitalizzare la vittoria. A quindici anni e sei mesi ottenne il titolo di Grande Maestro, il più giovane fino ad allora. Ma nelle foto Bobby è soltanto un ragazzino che si mangia le unghie, i capelli da parte, il maglione troppo grande. O un viso che spunta dal lato sinistro dell'immagine, guarda dietro di sé e sorride a trentadue denti. Un ragazzino americano.

 

“Ma forse lui è più felice così”

Intanto la vita privata seguiva la vita pubblica. Il padre aveva divorziato quando lui era ancora un bambino. Ora era il turno della madre, che lo abbandonò solo nell'appartamento di Brooklyn per continuare i suoi studi di medicina. "Sembra terribile lasciare un sedicenne da solo", scrisse all'amica Joan Rodker. "Ma forse lui è più felice così."

E forse lo era davvero. Solo con se stesso, Fischer indossò la sua nuova maschera, quella di talento unico al mondo. Cominciò a vestirsi con giacche dal tono sempre più snob e professionale. Non era più un bimbo prodigio o un fenomeno da baraccone. Era un pericolo vagante nel mondo scacchistico dominato dai russi. Qualcosa di concreto.

Per dieci anni si mosse fra i tornei internazionali mietendo una serie impressionante di vittorie. Si impose anche in tutti i campionati americani cui prese parte. Il suo stile si definiva di pari passo alla sua potenza distruttiva: precisione millimetrica delle manovre, cura nei finali, dinamismo totale dei pezzi.

Solo la corsa al titolo mondiale sembrava interrompersi ogni volta a un passo dalla fine. Fallì al torneo dei Candidati nel 1962, da cui ogni quattro anni emergeva lo sfidante al campione del mondo. Nel 1967, alle eliminatorie dell'Interzonale, cominciò una marcia trionfale di 8,5 punti su 10, salvo poi ritirarsi per proteste con l'organizzazione. Criticava i russi accusandoli di combini ai danni degli altri scacchisti. La maschera si stringeva sempre più forte sul suo volto, pronta a un nuovo cambiamento.

Una foto di quegli anni: Bobby contro Petrosian, la giacca, la cravatta, la mano sull'orologio, il bianco e nero sfuocato dell'immagine. Il professionista al lavoro.

 

Sulla vetta del mondo

Nell'Interzonale del 1970 Fischer staccò i secondi classificati di tre punti e mezzo. Sembrava la volta buona, e lo fu. Nei seguenti match dei candidati annichilì Taiamanov e Larsen, entrambi con un tennistico 6-0. Anche l'ex campione del mondo Petrosjan non poté molto e finì sconfitto per 6,5 a 2,5.

Così, nel 1972, Fischer poté affrontare Spasskij a Reykjavik: il "match del secolo". Come per la sua partita di sedici anni prima, fu quello che circondava il gioco a scaldare gli animi. Fischer era l'eroe americano, giovane, bello, imbattibile: in epoca di guerra fredda il duello fra lui e Spasskij doveva tradursi inevitabilmente in una sfida fra continenti. Per la prima volta al mondo, gli scacchi divennero l'immagine concreta di una lotta epocale. E Fischer portò a termine il suo compito, vincendo con quattro punti di vantaggio e indossando la sua nuova maschera: campione del mondo.

Nella foto più famosa lui è ai bianchi e sembra schivare l'obiettivo del fotografo ai neri: sembra sul punto di alzarsi e combattere fisicamente, di stroncare l'avversario a mani nude. "Adoro il momento in cui spezzo l'ego di un uomo", disse a un'intervista.

Aveva ventinove anni.

 

Orgoglio e caduta  CONTINUA ...»

E poi? Poi furono il caos e l'oblio. Una volta raggiunto l'olimpo, Fischer si limitò a sbarrarne la porta e soggiornarvi da solo. Non giocò in alcun torneo. Chiamato a difendere il titolo contro Karpov nel 1975, propose delle condizioni giudicate inaccettabili dalla FIDE (la Federazione Scacchistica Internazionale). La risposta di Fischer fu netta come tutte le risposte della sua vita: abbandonò il titolo di campione del mondo FIDE. L'Eroe Americano iniziò così il primo dei suoi grandi tradimenti verso l'occidente. Vestendo l'ultima maschera, quella del vagabondo.

14 gennaio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pagina: 1 2 di 2 pagina successiva
RISULTATI
0
0 VOTI
Stampa l'articoloInvia l'articolo | DiminuisciIngrandisci Condividi su: Facebook FacebookTwitter Twitter|Vota su OkNotizie OKNOtizie|Altri YahooLinkedInWikio


L'informazione del Sole 24 Ore sul tuo cellulare
Abbonati a
Inserisci qui il tuo numero
   
L'informazione del Sole 24 Ore nella tua e-mail
Inscriviti alla NEWSLETTER   
Effettua il login o avvia la registrazione.
 
   
 
 
 

-UltimiSezione-

-
-
7 maggio 2010
 
Aguilera ambasciatrice contro la fame
La consegna dei David di Donatello
Man Ray a Fotografia Europea
Elegante e brutale. Jean-Michel Basquiat alla Fondation Beyeler di Basilea
"World Press Photo 2010". Fotografie di autori vari
 
 

Trovo Cinema

Scegli la provincia
Scegli la città
Scegli il film
Tutti i film
Scegli il cinema
Tutti i cinema
 
 
Oggi + Inviati + Visti + Votati
 

-Annunci-