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La fabbrica torna narrante

di Serena Danna

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17 febbraio 2010
La fabbrica torna narrante


Silvia Avallone, Simona Baldanzi, Giusi Marchetta, Dora Albanese e Giorgio Fontana non erano nati quando la questione operaia era in cima ai programmi dei grandi partiti e Berlinguer restava fuori dai cancelli della Fiat. Non hanno mai cantato con orgoglio e leggerezza «La classe operaia, compagni, è all'attacco, Stato e padroni non la possono fermare», né tanto meno creduto possibile la conquista proletaria del mondo. Eppure tocca a loro, giovani scrittori, figli della flessibilità e di Internet a banda larga, ricordare che «oggi la classe operaia è scomparsa ma gli operai ci sono ancora, anzi sono più numerosi che mai nel mondo».
Sono gli eredi inconsapevoli della «letteratura industriale» post anni Sessanta targata Ottieri, Volponi e Balestrini. O forse, più semplicemente, ragazzi cresciuti in province e periferie dove i «colletti blu» sono una realtà viva quanto Facebook e il telelavoro.
Silvia Avallone, classe 1984, che sta scalando le classifiche con il suo Acciaio (Rizzoli), storia di due adolescenti che diventano donne nella Piombino (ancora) regina del siderurgico, lo spiega bene: «Il mondo che mi circonda è legato alla Lucchini: per i miei compagni di classe lo stabilimento era lo sbocco naturale».
Piombino dell'acciaio onnipresente: «Ininterrotte cascate di acciaio - si legge - e ghisa lucente e luce vischiosa». E dei desideri nascosti dietro le macchine: «Alessio diede un'occhiata alla bionda del calendario Maxim. Perenne desiderio di scopare, là dentro». Silvia conosce la realtà di fabbrica: «La parola che usano tutti per descriverla è giungla. Il padrone non è più il brutto e cattivo riconoscibile, è uno straniero che se va bene parla inglese». La mancanza di rappresentanza politica si è unita al vuoto culturale: «Gli ultimi anni sono stati segnati da quelli che non lavorano o che lavorano poco, i precari. Dove sono finiti gli operai, gli insegnanti, gli artigiani?».
Giusi Marchetta, la ventiseienne autrice di Napoli ore 11 (in uscita con Terre di mezzo Editore), lo chiama «effetto Banlieue»: «Si parla di periferia solo quando esplode e di fabbrica quando ci sono morti sul lavoro». Nel libro racconta realtà ai margini. Il quartiere-carcere di Poggioreale per esempio, dove a proposito del protagonista scrive:«La prima volta pensava che il carcere cominciasse dietro il portone. Si immaginava un corridoio lungo con tutte le celle e che loro ci dovevano passare in mezzo. Invece no: il cortile è brutto ma non è ancora carcere».
Simona Baldanzi, nata e cresciuta nel Mugello, è d'accordo con la collega: «Quando si raccontano gli operai si parla solo di morte, io voglio raccontare le loro vite». In Bancone verde menta (Elliott 2009), la protagonista Monica sente su Corso Regina Margherita a Torino un forte profumo di caramelle: scoprirà che proviene dalla fabbrica delle pasticche Leone. «Così si accorge che esiste ancora la produzione industriale».
Non hanno vissuto le lotte operaie ma la cultura di quegli anni permea i loro lavori. La protagonista di Bancone verde menta ricorda la prima visione di Le mani sulla città di Francesco Rosi:«A me di quel film colpì la frase finale. Che quei personaggi sono il frutto della fantasia, ma non lo è il contesto sociale che li ha prodotti».
Dalla Napoli "immaginaria" degli anni Sessanta alla Milano di oggi, Giorgio Fontana in Babele 56 scriveva di viale Padova prima che il quartiere finisse al centro della cronaca: «Si parla di immigrazione in maniera "leghista" o buonista quando servirebbe solo un po' di realismo: scendere per strada a vedere». Aprire gli occhi,come sembra invitarci a fare Dora Albanese, classe 1985. In uno dei racconti di Non dire Madre (Hacca edizioni) descrive il viaggio di una coppia sulla Salerno- Reggio Calabria. I due incontrano un camion con un cartello «Alle curve ci pensa Dio, alle donne ci penso io. Mi chiamano Alfonso Trinità». «Andrea sorride - scrive - e io gli propongo di guardare in faccia Trinità». Un anziano uomo che «non ha proprio l'aria di uno che ha voglia di femmine». Dietro quella scritta «così coraggiosa», c'è una disperazione infinita: «di chi deve arrivare a fine giornata non avendone più nessuna voglia».

17 febbraio 2010
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