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Tra arte e industria l'avventura italiana delle Ceramiche Lenci

di Alessandra Ferretti

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21 marzo 2010
Ceramiche Lenci, un'avventura tutta torinese tra arte e industria

Cominciò la sua avventura nel 1919 con la produzione di bambole, tappeti e cuscini in "pannolenci". L'esposizione internazionale di Parigi del 1925 le fece conoscere i lavori innovativi di Gio Ponti e la scuola della Secessione viennese. E' lì che si colloca la svolta. Dalla ex capitale del Regno, una Torino carica di cultura umanistica e industriale, la manifattura Lenci sfidò il mercato con le sue sculture d'arredo in ceramica, ideate da artisti del calibro di Mario Sturani, Giovanni Grande, Elena Scavini, Felice Tosalli, Gigi Chessa, Sandro Vacchetti, Abele Jacopi, Nillo Beltrami, Claudia Formica.
Sotto la guida dei coniugi Scavini, le sculture Lenci divennero status symbol della borghesia anni '20 e '30, alternativa alle forme algide e aristocratiche del Déco internazionale. Si andava dai soggetti popolari e mitologici di Grande alle fantasie giocose e ironiche di Sturani, alle "signorine grandi firme" di Scavini, ai nudi novecentisti di Chessa, alle sculture di animali di Tosalli.
Il successo fu immediato. Arrivarono ordini da tutto il mondo, i dipendenti salirono a 600, s'inaugurarono vetrine a Londra, New York e Parigi. Lenci divenne un'impresa industriale che concorreva a livello di Richard Ginori, ma che, dalla sua, aveva quel tocco di artigianalità in grado di rendere uniche le proprie manifatture. Purtroppo la crisi del '29 ne rallentò la corsa: la ditta continuò la produzione fino al 1933, ma nel 1937 fu ceduta.
Per restituire a Lenci il valore che le è proprio, Palazzo Madama, Museo Civico d'Arte Antica, Fondazione Torino Musei e la Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino promuovono dal 23 marzo al 27 giugno una mostra sulla manifattura nel decennio 1927-1937. "Con l'intento", riferisce il presidente della Consulta, Lodovico Passerin D'Entrèves, "di valorizzare un'avventura tra l'arte e l'industria che caratterizzò anni di eccezionale vitalità per Torino".
Valerio Terraroli, curatore della mostra con Enrica Pagella, spiega: "Vogliamo superare la visione di Lenci come produttrice di bambole e ninnoli, rileggendola nel rapporto con gli artisti di allora. La galleria si compone di figure di donne emancipate sedute al caffè o intente a leggere, ma anche di scene di vita popolare e agreste. Il fascismo influenzò la produzione nel momento in cui, a inizio anni '30, uscirono sculture come "L'abissina", ragazza che gioca col fucile di un soldato italiano, esplicito riferimento al colonialismo, o "La giovane italiana", in divisa, sull'attenti".
La mostra, allestita grazie ai prestiti di collezionisti privati, propone oltre 100 sculture in ceramica, gessi preparatori, disegni e bozzetti.
Se non avesse vissuto nella Torino di allora, Lenci, così fertile, intuitiva e innovativa, non avrebbe vissuto la sua "avventura". "E' quanto di più torinese possa essere stata" conclude Terraroli: "Il concetto è nel "vorrei ma non posso"". Se Ponti produceva raffinati nudi femminili, raffigurando la bellezza algida della pittura manierista, da Lenci uscivano sculture di ragazzine poco più che adolescenti, con un fare mai esplicitamente erotico, ispirate al canone della ragazza della porta accanto. Ovvero la piccola borghesia della Torino di quel tempo. Nella ex-capitale del Regno d'Italia il pubblico era formale, ma con una voglia di trasgredire che non avrebbe mai realizzato. Proprio questo rispecchiavano le manifatture firmate Lenci.

Arte e Industria a Torino. L'AVVENTURA LENCI. Ceramica d'arredo 1927-1937
Torino, Palazzo Madama
23 marzo - 27 giugno 2010
www.palazzomadamatorino.it
www.fondazionetorinomusei.it

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21 marzo 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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